UNA DELEGAZIONE TALEBANA A BRUXELLES: TRA CRISI MIGRATORIA E INSTABILITA’

di Alessandro Zucchini[i]
Tra rimpatri europei e ricerca di stabilità afghana
Nel giugno di quest’anno la notizia della visita di una delegazione talebana a Bruxelles è stata segnalata dalle principali agenzie di stampa europee, riportando così, seppur per breve tempo, alla ribalta l’Afghanistan dopo svariati anni di disinteresse mediatico. Con la guerra ormai alle spalle, dopo la disastrosa ritirata americana di fine estate 2021, e il regime talebano saldamente al potere l’interesse degli organi di stampa europei è stato attirato dai rinnovati rapporti tra Kabul e Bruxelles.
Leggi tutto: A TALIBAN DELEGATION IN BRUSSELS: BETWEEN MIGRATION CRISIS AND INTERNAL INSTABILITYInfatti, la visita di una delegazione talebana a Bruxelles, benché non ufficiale vista l’assenza di un riconoscimento ufficiale alla leadership talebana, potrebbe segnare un nuovo inizio delle relazioni tra la potenza europea e il paese centro-asiatico. Inizio che sarebbe chiaramente strettamente correlato dal bisogno della UE di trovare risposte alla perdurante crisi migratoria. La Commissione europea, su questa materia, sembra agire in perfetto coordinamento con quanto già fatto da molti stati europei che, bilateralmente o tramite Doha, hanno ristabilito canali informali con Kabul al fine di far ripartire i meccanismi di rimpatrio volontario e forzato verso l’Afghanistan. Giornalisti e osservatori hanno rapidamente sottolineato come la tattica talebana, che sembra fare il gioco di governi europei sempre più sovranisti, sia marcatamente finalizzata a ottenere una maggiore stabilità internazionale e fors’anche un possibile, futuro riconoscimento ufficiale da parte degli stati occidentali[1]. Riconoscimento che andrebbe ad aumentare la solidità della posizione afghana a livello globale, soprattutto dopo il riconoscimento ufficiale russo del 2025 e dopo gli investimenti cinesi nel paese avvenuti dal 2022 a oggi[2].
La ricerca di una maggiore stabilità internazionale da parte dell’Emiro Akhundzada è finalizzata ad assicurarsi una posizione di relativa prevedibilità sul piano internazionale proprio per restringere le possibili fonti di instabilità di un paese che, dal punto di vista domestico, non naviga certo in acque tranquille. Forse uno dei vulnus più scoperti di Kabul è la cruciale questione della coltivazione e del commercio di oppio. Infatti, la messa al bando della coltivazione del papavero da oppio e della conseguente produzione di eroina, avvenuta nell’aprile del 2022 per bocca dello stesso Emiro Akhundzada, getta diverse ombre sulla futura capacità talebana di gestire il paese, vista l’importanza della pianta nell’economia del paese[3].
L’oppio in Afghanistan
L’oppio, presente nella regione da diversi secoli e di cui l’Afghanistan è divenuto principale produttore mondiale negli anni ’90, ha rappresentato sin dai tempi della monarchia un’eccezionale fonte di reddito e controllo sociale per chiunque si trovasse al potere a Kabul[4]. In periodo monarchico, il potere politico era stato capace di controllare gli aspetti più deleteri del commercio di oppio, anche complice la minore domanda internazionale, non ancora investita da quella rivoluzione dei consumi dei narcotici che sarà il ’68 americano ed europeo. La vera svolta sembra invece avvenire con i Mujahiddin, negli anni ’80, e, in seguito, con i talebani i quali, sin dalle loro prime apparizioni, hanno massicciamente sfruttato la produzione e il traffico del papavero. Entrambi i gruppi trovarono nella rivendita di oppio o nel supporto logistico e militare fornito ai grandi capi criminali locali una fonte di finanziamento pressoché inesauribile, in un paese altrimenti povero di altre risorse immediatamente monetizzabili.
Già alla fine negli anni 70’ e per tutti gli anni 80’, nell’ambito della resistenza all’invasione sovietica, i così-detti partiti di Peshawar e soprattutto la formazione guidata da Hekmatyar, Hezb-i-Islami, avevano utilizzato la coltivazione, prima, e il commercio dell’oppio, in seguito, come una provvidenziale alternativa per mantenere una forma di indipendenza, almeno parziale, rispetto ai fondi forniti da americani, pakistani e sauditi[5]. I mujahiddin furono molto rapidi a comprendere che poter lucrare sulla vendita dell’oppio, pianta che i contadini afghani cominciavano a seminare in massa poiché molto vantaggiosa dal punto di vista del fabbisogno idrico, facilmente stoccabile ed estremamente redditizia (tre condizioni cruciali visto lo stato di prostrazione in cui versavano le infrastrutture e l’economia agricola del paese), avrebbe garantito loro un maggiore margine di manovra sul campo. Fu così che guerriglieri islamisti di spicco come Hekmatyar o Yunus Khales iniziarono a taglieggiare i carichi di oppio e, in breve tempo, presero a gestire direttamente la coltivazione del papavero. In questi stessi anni, secondo molti osservatori internazionali, anche i servizi segreti pakistani (ISI), investiti da Washington del compito di sostenere i Mujahiddin per far sprofondare Mosca nel pantano afghano, contribuirono all’esportazione di oppio dal paese. Pare, infatti, che dalla tratta Karachi-Peshawar non passassero solo armi e finanziamenti destinati ai Mujahiddin ma che, seguendo il percorso inverso, anche l’oppio afghano fluisse verso il porto di Karachi, per poi inondare i mercati europei e asiatici. Oppio che, spesso, era stato opportunamente trasformato in eroina in uno dei tanti laboratori presenti dal lato pakistano della tumultuosa North West Frontier Province (oggi Khyber Pushunkhwa)[6].
La dipendenza delle varie formazioni politiche dalla coltivazione di oppio e dalla sua trasformazione in eroina non fece che aumentare con il ritiro sovietico del 1989 e soprattutto con la fine dei fondi americani e sovietici nel 1991. I mujahiddin, ora impegnati in una sanguinosa guerra civile per la conquista di Kabul, poterono perpetuare i loro sforzi bellici solo grazie ai profitti stellari che l’oppio continuava a garantire loro. D’altronde, il papavero non fu di minore importanza nemmeno per i Talebani che, sin dalla loro prima comparsa nel 1994 nella zona di Qandahar, vennero risolutamente appoggiati da alcuni dei maggiori trafficanti del paese che, volendo porre fine alla violenta anarchia causata dai vari signori della guerra, favorirono l’ascesa del gruppo guidato da Mullah Omar. La criminalità organizzata non fu l’unico attore a supportare Omar e i suoi nel tentativo di conquistare il potere centrale; il Pakistan, guidato dalla nuova Prima Ministra Benazir Bhutto e poi dal suo successore Nawaz Sharif, finanziò i talebani sia per motivi di politica interna [7] che per via delle loro capacità organizzative.
La produzione di eroina fu in seguito una risorsa chiave nel post invasione americana del 2001 e Omar sfruttò i proventi derivanti dal traffico di droga per armare e mantenere coesa l’insorgenza durante gli anni di occupazione americana e alleata[8]. Soprattutto fino al 2008, l’azione antinarcotica fu delegata alle truppe inglesi, in scia alla roadmap decisa a Bonn, che tuttavia la implementarono in maniera inefficiente, in coerenza con lo scarso rilievo che le stesse amministrazioni americane concessero alla questione dell’oppio, sempre letta come aspetto accessorio in comparazione con le ben più rilevanti operazioni militari[9].
Anche quando in epoca più recente gli alleati misero in campo più serie strategie antinarcotiche gli esiti si rivelarono assai miseri. Da una parte le eradicazioni forzate del papavero non furono adeguatamente accompagnate da finanziamenti volti a incentivare colture alternative (legali e quindi naturalmente più svantaggiose rispetto all’ultra-redditizio papavero da oppio), dall’altra parte, e in maniera più scandalosa, il governo filo-alleato guidato da Karzai si dimostrò varie volte pesantemente invischiato nel traffico di eroina e in tutta una serie di altre attività illegali[10]. Questa situazione non poté che rinforzare la legittimità talebana agli occhi dei contadini afghani, ai quali ora il Mullah e i suoi offrirono un’ulteriore giustificazione di stampo religioso. Secondo la retorica talebana, infatti, la coltivazione di papavero, altrimenti considerata haram, era in realtà da intendersi come mezzo per rinforzare il jihad contro l’invasore occidentale, visto che il prodotto finito, l’eroina, sarebbe poi stato rivenduto esclusivamente sui mercati occidentali, provocando così una vera e propria emergenza sanitaria che avrebbe oltremodo indebolito il nemico. Il discorso fu ulteriormente rafforzato dalla consapevolezza da parte afghana, nata specificatamente sotto l’amministrazione Obama, che la presenza americana fosse sostanzialmente a termine, mentre quella talebana fosse destinata a perdurare. La cattiva gestione inglese e americana dell’economia illegale del paese, che per tanti aspetti rappresenta una vera e propria cartina di tornasole dell’intera fallimentare esperienza afghana, spianò la strada al ritorno al potere dei talebani che, non differentemente da altre forze politiche del passato, fecero leva sulla grande disponibilità di denaro, ricavato dalla vendita di oppio, per garantirsi un relativamente efficiente apparato militare.
La messa al bando della coltivazione: un futuro incerto per Kabul.
Alla luce di tutto ciò, la decisione dell’aprile del 2022 di mettere al bando la coltivazione e la trasformazione del papavero da oppio sembra essere un’innaturale contorsione politica che, dall’esterno, finisce per essere letta come poco credibile. Proprio per questa ragione tante sono state le congetture occidentali e in molti inizialmente pensarono semplicemente a una mossa politica di facciata. La realtà quattro anni dopo restituisce invece un’immagine molto differente. Un’immagine in cui il governo centrale, in un paese ancora prostrato dalle conseguenze di quarant’anni di violenza interna e internazionale, riesce effettivamente a ridurre e in seguito praticamente ad azzerare la coltivazione di uno dei suoi beni più commerciabili. I dati mostrano un calo delle coltivazioni che va da 85% al 95%, a seconda delle stime[11], nel periodo dal 2022 al 2023, con una crescita di una decina di punti percentuali per il 2024, e una conseguente impennata dei prezzi del 900% a primavera 2024. Domandarsi che cosa abbia motivato il divieto può rivelarsi un’attività oziosa alla luce delle difficoltà degli esperti internazionali ad accedere alla documentazione ufficiale. Tutt’altro che superfluo è invece cercare di comprendere quali possano essere i risvolti domestici e soprattutto gli impatti sociali e politici della decisione dell’Emiro. La netta diminuzione della coltivazione del papavero non ha infatti impattato ugualmente tutte le aree del paese, non si è automaticamente tradotta nella fine del commercio di oppio e non ha toccato nello stesso modo tutte le categorie sociali. Se nelle regioni meridionali del paese, tradizionali roccaforti talebane, le coltivazioni sono state effettivamente quasi del tutto cancellate, lo stesso non è avvenuto nell’estremo nord, specie nella regione tagika di Badakhshan, che è anzi la ragione del rialzo produttivo nel 2024, dove l’autorità centrale sembra aver concesso molto più margine di manovra a una popolazione locale, restia nel sottomettersi agli ordini di Kabul[12].
Per quello che concerne il commercio invece, nonostante alcune raffinerie siano state chiuse e tanti canali di traffico verso l’Iran siano stati sigillati, non si è verificata una sostanziale diminuzione della vendita di oppio al difuori del paese e, anzi, la chiusura di alcune raffinerie afghane ha stimolato un nuovo traffico di oppio grezzo in direzione pakistana, una sorta di ritorno agli albori della storia dell’eroina nella regione. Infine, i latifondisti, concentrati soprattutto al sud, hanno potuto beneficiare delle loro immense scorte di oppio. Queste, ulteriormente rimpinguate dalla dilazione dell’implementazione della messa al bando dell’oppio che ha evitato che il raccolto del 2022 andasse completamente perso, vengono ora immesse sul mercato a prezzi astronomici. E, secondo i calcoli dell’agenzia ONU UNODC, queste riserve sarebbero sufficienti per sostenere l’attuale offerta di oppio almeno fino al 2027[13]. Viceversa, i piccoli coltivatori maggiormente concentrati nelle regioni orientali, e soprattutto nel Nangarhar, non avendo grandi volumi di oppio a disposizione si sono rapidamente ritrovati in una situazione economicamente disastrosa. Si sono così visti costretti ad alienare i loro beni e terreni per ripianare debiti o, peggio ancora, a obbligare figli e parenti a tentare di intraprendere una delle pericolose rotte migratorie, finendo per aumentare ulteriormente il computo già altissimo di 6 milioni di rifugiati afghani all’estero[14]. Risulta del tutto evidente che la messa al bando della coltivazione di oppio abbia avuto pesanti ripercussioni sul paese e soprattutto sia stata implementata in maniera ineguale; utilizzando il pugno duro in zone in cui si era sicuri della fedeltà della popolazione e garantendo maggiori spazi di libertà in regioni tradizionalmente molto meno leali. Questa situazione, oltre a creare degli evidenti squilibri di potere dal punto di vista interno, che potenzialmente potrebbero inficiare la legittimità del governo talebano, ha anche generato enormi difficoltà economiche ai piccoli coltivatori ma, dall’altro lato, ha grandemente arricchito quelle figure che da sempre hanno finanziato la presenza talebana. Tuttavia, seguendo i calcoli dell’agenzia ONU, questo fragile equilibrio potrebbe essere completamente spazzato via già dal prossimo anno, quando la maggior parte delle riserve dei grandi latifondisti del sud dovrebbero esaurirsi. Ciò creerebbe sicuramente un serio dilemma al governo centrale che dovrebbe decidere se continuare con il divieto, esponendosi alla disapprovazione dei grandi proprietari terrieri che andrebbe a sommarsi a quella dei contadini e di alcune minoranze etniche non appartenenti al gruppo pashtun, o, viceversa, se fare marcia indietro e quindi rimettere al centro dell’economia afghana il prezioso papavero[15]. Quest’ultimo scenario, certo apparentemente meno problematico sotto il profilo interno, avrebbe però possibili risvolti negativi dal punto di vista degli stati confinanti. Sicuramente tutt’altro che contenti nel vedere l’Afghanistan ritornare a essere uno dei maggiori produttori di eroina al mondo. E specialmente i rapporti con il vicino Pakistan, già tesissimi per via di gruppi terroristici transfrontalieri, non ne trarrebbero giovamento. È forse proprio in quest’ottica che il governo di Kabul tenta di avvicinare il blocco degli stati europei sperando, forse, di ottenere aiuti allo sviluppo spendibili in patria per sostenere coltivazioni alternative e magari anche per cooptare i grandi trafficanti di sostanze stupefacenti. O, più semplicemente, i talebani mirano a un riconoscimento europeo per presentarsi come stato credibile agli occhi dei vicini centro-asiatici mentre ricercano una sorta di via intermedia, un compromesso in merito alla questione dell’oppio.
Nell’incertezza generale, ciò che pare del tutto evidente è il tentativo afghano di ottenere migliori legami con una parte dello schieramento atlantico al fine di garantirsi un miglior posizionamento appena prima che esploda una possibile contestazione interna circa la messa al bando della coltivazione del papavero da oppio. Solo il futuro potrà rivelarci se l’oppio possa dimostrarsi un pericoloso tarlo per il potere talebano, che esso ha alimentato sin dagli albori ma che ora gli si ritorce contro, o se, viceversa, le autorità de facto possano essere in grado di sorpassare anche questo ostacolo, magari tessendo migliori relazioni internazionali. Sfruttando anche, a proprio vantaggio, l’esiziale approccio emergenziale da parte degli stati europei alla questione migratoria che, sempre più, rivela clamorosamente tutti i suoi limiti.
FONTI
- H. Azizi, The nature and extent of the Taliban’s involvement in the drug trade before and after the regime change (1994–2022): insights from experts, in Small Wars & Insurgencies, No.8 2024.
- F. Foschini, J. Bjelica, The Fourth Year of the Opium Ban: An update from two of Afghanistan’s major poppy-growing areas, report per Afghanistan Analysis Network del giugno 2025.
- F. Foschini, The Mining sector in Afghanistan: a picture in black and gold, Afghanistan Analysis Network, 2024.
- E. Giunchi, Afghanistan. Da una confederazione tribale alle crisi contemporanee, Carocci editore, 2021.
- E. Giunchi, Pakistan: Islam, potere e democratizzazione, Carocci editore, 2009.
- M. Khoruk, Illicit economy in Afghanistan under the Taliban, report per Global Initiative del marzo 2024.
- D. Mansfield, Whistling in the Wind: The Inevitable Return of Poppy Cultivation to Afghanistan in J. Mathiensen, D. Vestenskov, Still Here: Understanding and Engaging with Afghanistan After August 2021, Scandinavian Military Studies, 2024.
- G. Peters, Seeds of Terror. How drugs, thugs, and crime are reshaping the Afghan war, Picador, 2010.
[1] G. Battiston, UE e Talebani: perché la visita a Bruxelles segna una svolta, articolo pubblicato per Ispionline, 2026.
[2] F. Foschini, The Mining sector in Afghanistan: a picture in black and gold, in Afghanistan Analysis Network, 2024.
[3] D. Mansfield, Whistling in the Wind: The Inevitable Return of Poppy Cultivation to Afghanistan, in J. Mathiesen, D. Vestenskov, Still Here: Understanding and Engaging with Afghanistan After August 2021, Scandinavian Military Studies, 2024.
[4] H. Azizi, The nature and extent of the Taliban’s involvement in the drug trade before and after the regime change (1994–2022): insights from experts, in Small Wars & Insurgencies, No.8, 2024.
[5] E. Giunchi, Afghanistan. Da una confederazione tribale alle crisi contemporanee, Carocci editore, 2021, 98.
[6] G. Peters, Seeds of Terror. How drugs, thugs, and crime are reshaping the Afghan war, Picador, 2010, 43-44.
[7] Bhutto vedeva negativamente il Jamat-e-islami che, sotto la presidenza di Zia era stato il principale canale di comunicazione tra Hezb di Hekmatyar e i servizi segreti pakistani, proprio perché il partito fondato da Maududi aveva avvallato l’uccisione di suo padre, avvenuta un anno dopo il colpo di stato di Zia. E. Giunchi, Pakistan: Islam, potere e democratizzazione. Carocci editore, 2009, 148.
[8] H. Azizi, The nature and extent of the Taliban’s involvement in the drug trade before and after the regime change (1994–2022): insights from experts, in Small Wars & Insurgencies, No.8, 2024.
[9] G. Peters, Seeds of Terror. How drugs, thugs, and crime are reshaping the Afghan war, Picador, 2010, 223-225.
[10] Idem, 111 e 157.
[11] D. Mansfield, Whistling in the Wind: The Inevitable Return of Poppy Cultivation to Afghanistan.
[12] Ibidem.
[13]F. Foschini, J. Bjelica, The Fourth Year of the Opium Ban: An update from two of Afghanistan’s major poppy-growing areas, report per Afghanistan Analysis Network del giugno 2025.
[14]M. Khoruk, Illicit economy in Afghanistan under the Taliban, report per Global Initiative del marzo 2024.
[15] D. Mansfield, Whistling in the Wind: The Inevitable Return of Poppy Cultivation to Afghanistan
[i] Studente magistrale di Relazioni Internazionali, Università degli Studi di Milano























































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Di Bruno Venditto and Ndumba J Kamwanyah





























di Naiara Posenato





















































































































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