IL VENEZUELA FRA INSTABILITÀ INTERNA E TENSIONI GLOBALI

VENEZUELA BETWEEN INTERNAL INSTABILITY AND GLOBAL TENSIONS

di Graziano Palamara*


Il blitz statunitense del 3 gennaio 2026 contro il Venezuela ha segnato l’apice di oltre vent’anni di tensioni tra Washington e Caracas. L’operazione, condotta con bombardamenti mirati su infrastrutture militari e centri di comando, ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, poi condotti negli Stati Uniti con l’accusa di narcotraffico e terrorismo. A livello internazionale, l’azione ha suscitato reazioni contrastanti. Da un lato, le nette condanne per la violazione della sovranità venezuelana; dall’altro, l’approvazione dei sostenitori dell’intervento; fra questi due estremi, una scala di posizioni che oscilla fra gli appelli al rispetto del diritto internazionale e gli auspici di un nuovo corso politico per il Paese latinoamericano.

Per gran parte del Novecento, il Venezuela è stato uno dei principali partner degli Stati Uniti in America Latina. La centralità del petrolio venezuelano, la relativa stabilità politica e l’allineamento al blocco occidentale ne hanno fatto un pilastro della strategia energetica e geopolitica di Washington. Caracas non era soltanto un fornitore chiave di greggio, ma anche un interlocutore affidabile, inserito – pur con alcune ambiguità – nell’orbita statunitense. Questa relazione, benché asimmetrica, si fondava su interessi convergenti e su una visione condivisa dell’ordine regionale.

La frattura è emersa con l’arrivo di Hugo Chávez alla presidenza del Venezuela nel 1999. Il suo progetto rivoluzionario, concepito per affrontare le fragilità strutturali e le disuguaglianze storiche del Paese, si è rapidamente trasformato in un processo di accentramento del potere. Fin dagli esordi, il regime chavista ha cercato di superare il modello politico tradizionale, promuovendo una democrazia partecipativa e impiegando le risorse petrolifere non solo per finanziare ampi programmi sociali, ma anche per sostenere un’integrazione latinoamericana basata sulla cooperazione tra i Paesi ideologicamente più affini, costruendo alleanze volte a rafforzare la solidarietà regionale e a ridurre l’influenza statunitense. L’opposizione agli Stati Uniti si è così configurata come una leva di legittimazione politica funzionale alle ambizioni del disegno chavista. Nazionalizzazioni, retorica anti-imperialista e partenariati strategici antagonisti al colosso del Nord hanno progressivamente fatto di Caracas una fonte di tensione per la visione statunitense dell’assetto emisferico. La crisi è diventata strutturale soprattutto dopo il fallito golpe del 2002, quando Chávez, arrestato e poi liberato, ha accusato apertamente Washington di sostegno ai cospiratori.

Negli anni successivi, le frizioni si sono intensificate tra pressioni diplomatiche, sanzioni economiche e accuse reciproche. Con la morte di Chávez nel 2013 e l’ascesa del suo vice, Nicolás Maduro, la crisi si è aggravata ulteriormente. Il deterioramento economico, la repressione interna e l’isolamento internazionale hanno spinto gli Stati Uniti a considerare necessaria la caduta del regime. In questo contesto, il Venezuela ha rafforzato i legami già avviati con Russia e Cina, trovando non solo sostegno economico e finanziario, ma anche sponde strategiche in grado di bilanciare il peso statunitense nella regione. Con Mosca i rapporti si sono concentrati soprattutto sulla cooperazione militare e sul sostegno politico internazionale, mentre con Pechino si sono sviluppati accordi energetici e finanziari che hanno legato il petrolio venezuelano agli interessi cinesi.

Durante la prima amministrazione di Donald Trump (2016-2020), la Casa Bianca aveva già esplicitato motivazioni politiche, legali e di sicurezza per giustificare possibili azioni contro Maduro, combinando manovre diplomatiche, minacce e sostegno all’opposizione, con particolare attenzione al leader anti-chavista Juan Guaidó. Nel 2019, la sua autoproclamazione a presidente ad interim, subito riconosciuta da Washington, non era riuscita tuttavia a scalfire il controllo chavista sulle forze armate e sull’apparato statale, dimostrando l’insufficienza delle iniziative messe in campo.

Nel 2025, il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha inaugurato una nuova fase di pressione sul Venezuela. Ad agosto, Washington ha avviato un massiccio dispiegamento navale al largo delle coste venezuelane, ufficialmente per contrastare il narcotraffico e le reti criminali transnazionali ritenute collegate al governo di Caracas. Nei mesi successivi, le operazioni si sono intensificate con attacchi mirati contro presunte narcolanchas, restrizioni allo spazio aereo venezuelano e sequestro di petroliere sospettate di violare le sanzioni. Il primo culmine di questa escalation è avvenuto il 29 dicembre, con la distruzione di una struttura costiera da cui, secondo la Casa Bianca, salpavano imbarcazioni cariche di droga. L’operazione, attribuita alla CIA, ha segnato un salto qualitativo nella strategia statunitense, trasformando la pressione indiretta in un intervento offensivo sul territorio.

L’attacco del 3 gennaio si è inserito in questa sequenza, riportando deliberatamente l’uso della forza al centro della politica statunitense in America Latina. In linea con la National Security Strategy del 2025 e con un esplicito richiamo alla Dottrina Monroe – di fatto rispolverata nei suoi tratti più assertivi da Trump e già ribattezzata da alcuni come ‘dottrina Donroe’ – il blitz ha dimostrato la determinazione di Washington a considerare l’emisfero occidentale una propria zona di influenza esclusiva. La cattura di Maduro ha così assunto un chiaro valore politico e simbolico, oltre che operativo.

L’affondo statunitense apre in realtà una fase di profonda incertezza su più livelli, strettamente intrecciati tra loro.

Sul piano interno venezuelano, è illusorio pensare che la cattura di Nicolás Maduro possa tradursi automaticamente nello smantellamento delle strutture di potere che hanno sostenuto il chavismo per oltre venticinque anni. Il regime, soprattutto negli ultimi anni, non è mai stato riconducibile alla sola figura del presidente, ma si fonda su un intreccio stratificato di apparati militari, reti clientelari, interessi economici e meccanismi di controllo politico e sociale profondamente radicati. In questo quadro si colloca la designazione di Delcy Rodríguez alla guida del Paese, maturata all’interno dell’apparato chavista dopo la cattura di Maduro e ratificata dai vertici istituzionali ancora operativi. Ex vicepresidente ed ex ministro del Petrolio, Rodríguez rappresenta una figura di continuità funzionale a preservare l’ossatura statale del regime e, al contempo, apparentemente compatibile con le esigenze di Washington, che di fatto l’ha accettata come interlocutrice provvisoria. La sua investitura non segna una rottura, ma una riorganizzazione del potere chavista attorno a una leadership ancora solida. D’altro canto, restano al loro posto anche figure centrali dell’apparato come il potente ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che mantiene un’influenza determinante sul partito di governo e sui settori della sicurezza, o il ministro della Difesa Vladimir Padrino, garante della lealtà delle forze armate.

Le stesse modalità del blitz statunitense, condotto con estrema rapidità e senza una reazione significativa delle forze venezuelane, inducono inoltre a non escludere l’esistenza di tacite acquiescenze o intese informali con settori del chavismo interessati a preservare il sistema pur sacrificandone il leader. A rendere ancora più incerta la situazione sono intervenute le dichiarazioni dello stesso Trump, che nella conferenza stampa successiva al raid militare ha parlato apertamente di un Venezuela “governato dagli Stati Uniti” fino al raggiungimento di una “transizione sicura”, senza chiarirne tempi e modalità. In questo contesto ha suscitato sorpresa l’esclusione di María Corina Machado – premio Nobel per la Pace nel 2025 e simbolo dell’anti-chavismo più radicale – da qualsiasi ruolo di primo piano nel dopo-Maduro. Proprio Trump ha motivato la scelta sostenendo che Machado non godrebbe di sufficiente consenso interno, accantonando così l’ipotesi di una guida apertamente alternativa al sistema chavista e rafforzando l’idea di una transizione negoziata con le élite esistenti. In assenza di un’autorità pienamente legittimata e riconosciuta, il Venezuela rischia quindi di trovarsi esposto a vuoti di potere e a tensioni multiple, sia all’interno dello stesso fronte chavista, sia tra le diverse anime di un’opposizione storicamente frammentata. A complicare ulteriormente il quadro vi è poi la centralità del petrolio. L’annuncio del ritorno delle imprese nordamericane a Caracas e di una gestione diretta degli Stati Uniti delle risorse strategiche del Paese indica che la priorità di Washington non è la trasformazione politica del Venezuela, ma la sua stabilità produttiva, funzionale a garantirsi il controllo del petrolio sottraendolo all’influenza cinese.

Le fragilità interne si riflettono sul piano regionale. Di fatto, l’intervento statunitense ha riattivato linee di frattura politiche e diplomatiche in tutta l’America Latina, suscitando reazioni contrapposte. Paesi come Colombia, Brasile, Messico e Cile hanno denunciato l’operazione come una violazione della sovranità territoriale, mentre governi più vicini a Washington hanno accolto con favore la cattura di Maduro. Il presidente argentino Javier Milei, ad esempio, ha definito l’evento “un passo avanti per la libertà”, esibendo il suo sostegno all’azione contro il regime chavista. Particolarmente delicata è la situazione della Colombia, alleato storico degli Stati Uniti, ma con l’attuale presidente Gustavo Petro, ex guerrigliero e leader di sinistra, direttamente accusato dalla Casa Bianca di legami con il narcotraffico, al punto che Trump ha evocato la possibilità di un’azione militare simile a quella intrapresa contro Caracas. Lungo il confine con il Venezuela operano diversi gruppi armati che controllano ampi territori e gestiscono attività criminali legate sia al traffico di droga che all’estrazione illegale di minerali. La nuova instabilità venezuelana rischia di esasperare queste dinamiche e di aumentare le tensioni lungo la frontiera. A ciò si aggiunge il tema migratorio. La Colombia ospita già oltre due milioni di rifugiati e migranti venezuelani, e un aggravamento della crisi eserciterebbe ulteriore pressione su ordine pubblico, servizi sociali e sicurezza. Anche il clima politico interno potrebbe risentirne, soprattutto a pochi mesi dalle elezioni presidenziali del 2026. Alla luce di tutto questo, non sorprende che il governo di Bogotà sia stato il primo al mondo a sollecitare la convocazione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite dopo la cattura di Maduro, sottolineando la necessità di una risposta multilaterale e pacifica.

Le incertezze sull’assetto geopolitico regionale richiamano infine le dinamiche mondiali. L’intervento statunitense ha reso ancora più nette le tensioni fra gli attori internazionali così come le loro diverse visioni di ordine mondiale. I principali rivali degli Stati Uniti – Cina, Russia e Iran, legati a Caracas da relazioni politiche, economiche e militari, ed impegnati in una più ampia sfida all’egemonia occidentale – hanno condannato l’azione di Washington come una violazione della sovranità venezuelana e del diritto internazionale. Mosca ha parlato apertamente di “atto di aggressione”; Pechino ha bollato l’attacco di comportamento egemonico che mina la fiducia tra Stati, mentre Teheran ha invocato l’intervento delle Nazioni Unite. Più sfumata è stata la reazione dei Paesi europei. Riaffermando formalmente l’importanza del rispetto delle norme internazionali e della sovranità statale, seppur con toni diversi, la maggior parte dei governi del vecchio continente ha evitato una condanna netta e interpretato l’intervento prevalentemente in chiave politica, come un tentativo di esercitare pressione su un regime ritenuto autoritario. Tale posizione risente inevitabilmente anche delle divisioni che in questo momento minano le relazioni transatlantiche, accentuate dall’approccio assertivo e unilaterale dell’amministrazione Trump e dalla difficoltà degli europei di conciliare la tradizionale alleanza con Washington con la difesa del multilateralismo. Nel loro insieme, queste letture divergenti mettono in luce la profonda frammentazione dell’ordine mondiale, e il caso venezuelano diventa così emblematico di fratture che investono non solo la distribuzione del potere su scala globale, ma gli stessi principi fondativi del sistema internazionale moderno, a partire dal rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e dell’indipendenza politica degli Stati.

FONTI

“Es una agresión imperialista”: sectores políticos debaten tras invasión a Venezuela, 4 gennaio 2026, in El Espectador, https://www.elespectador.com/politica/reacciones-de-sectores-politicos-a-captura-de-nicolas-maduro-por-parte-de-estados-unidos-noticias-hoy-noticias-colombia/.

J. Ewell, Venezuela and the United States: From Monroe’s Hemisphere to Petroleum’s Empire, GA, University of Georgia Press, Athens, 1996.

R. Gott, Hugo Chavez and the Bolivarian Revolution, Penguin Random House, New York, 2011.

E. Pastrana Buelvas, H. Gehring (eds.), La crisis venezolana: impactos y desafíos, Konrad Adenauer Stiftung, Bogotá, 2019.

C. Sabatini, Trump’s Flawed Plan to Oust Maduro: Why Washington Should Rethink Its Venezuela Strategy, in Foreign Affairs, March 21, 2019.

A. Singh, US strikes Venezuela: World leaders condemn action, urge peace, dialogue, 3 gennaio 2026, https://www.business-standard.com/world-news/us-strikes-venezuela-world-leaders-condemn-action-urge-peace-dialogue-126010300534_1.html.

Trump says U.S. will ‘run’ Venezuela and sell seized oil in remarks on the strikes, 3 gennaio 2026, https://www.wbaa.org/2026-01-03/trump-says-u-s-will-run-venezuela-and-sell-seized-oil-in-remarks-on-the-strikes.

J.G. Vásquez, US attacks on Venezuela: The world becomes an even more dangerous place, 4 gennaio 2026, in El País, https://english.elpais.com/usa/2026-01-04/us-attacks-on-venezuela-the-world-becomes-an-even-more-dangerous-place.html.

A. Villegas, O. Griffin, Condemnation and applause in Latin America after US seizes Venezuela’s Maduro, 3 gennaio 2026, https://www.reuters.com/world/americas/condemnation-applause-latin-america-after-us-seizes-venezuelas-maduro-2026-01-03/.

* Professore associato di Storia delle relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Salerno.

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