riflessioni a margine della rassegna su alcune pubblicazioni recenti sul colonialismo italiano

di Cristiana Fiamingo *
Il 3 febbraio 2026, i colleghi del Dipartimento di studi storici Federico Chabod del nostro Ateneo, Massimo Baioni, Francesca Massaro, Irene Piazzoni, Marco Soresina e Paolo Zanini, hanno avviato la quarta edizione della fortunata serie “Orizzonti storiografici. Libri sull’età contemporanea”, mettendo in discussione, questa volta, ben dieci volumi recenti relativi al colonialismo italiano. Plaudendo alla vivace occasione di confronto interdisciplinare – tra l’altro, tra storici contemporaneisti e africanisti – non si può che complimentarsi per una formula vincente, che ha attirato, fra pubblico in presenza e online, molti colleghi e dottorandi. Il format è consistito nell’analisi di un paio di volumi a testa, di cui si son fatti carico gli ospitanti, e nell’apertura al dibattito agli ospiti, in presenza e da remoto, anche invitati perché vicini a quegli studi, affidando a Nicola Labanca il compito di tirare le fila di questa intrigante sfida. Questi i libri in discussione, in ordine cronologico di pubblicazione:
Antonio M. Morone, La fine del colonialismo italiano. Politica, società e memorie, Le Monnier 2019
Simona Berhe, Olindo De Napoli (a cura di), Citizens and Subjects of the Italian Colonies. Legal Constructions and Social Practices, 1882-1943, Routledge 2022
Emanuele Ertola, Il colonialismo degli italiani. Storia di un’ideologia, Carocci 2022
Gianmarco Mancosu, Vedere l’impero. L’Istituto Luce e il colonialismo fascista, Mimesis 2022
Francesco Casales, Raccontare l’Oltremare. Storia del romanzo coloniale italiano (1913-1943), Le Monnier 2023
Giovanni Cavagnini, Una fede per l’impero. Cattolicesimo e colonialismo nell’Italia liberale (1882-1912), Edizioni di Storia e Letteratura 2023
Teresa Colliva, Se non credete venite quaggiù. Gli immaginari contesi dell’Africa nell’Italia negli anni Sessanta, Viella 2024
Valeria Deplano, Alessandro Pes, Storia del colonialismo italiano. Politica, cultura e memoria dall’età liberale ai nostri giorni, Carocci 2024
Nicola Labanca (a cura di), Una diversa narrazione del passato coloniale. Studi su Angelo Del Boca, FrancoAngeli 2024
Beatrice Falcucci, L’impero nei musei. Storie di collezioni coloniali italiane, Pacini 2025
Sebbene Nicola Labanca, nelle sue riflessioni conclusive, pur apprezzando i titoli offerti, abbia voluto sottolineare come siano stati selezionati dieci volumi tra centinaia d’altri scritti dal 2000 sul colonialismo italiano, non mancando di elencare i vuoti, la necessaria selezione operata ci è parsa particolarmente appropriata, sia per la loro datazione recente, che per la tipologia degli autori e, ovviamente, in ragione dei contenuti tematici. Personalmente, non ho potuto che concordare con Soresina e Zanini nell’interpretare questi contributi quali risposte alle esigenze di una coscientizzazione italiana rispetto ai nostri irrisolti storici, evidenziati dalle attitudini razziste di una non risibile parte della nostra società nei confronti degli immigrati, con episodi di inaudita violenza, peraltro, ma anche – aggiungiamo noi – di una società evidentemente spaccata nel rapportarsi alle efferatezze continue compiute dal governo israeliano nei confronti dei Palestinesi, che opera una forma di colonizzazione, non a caso, assimilata all’apartheid, svelando un’attitudine italica profondamente islamofoba che delega la funzione di barriera di difesa antiislamica a quella che la retorica di destra s’ostina a definire come “l’unica democrazia in Medio Oriente”, a dispetto di ogni evidenza. Ma non possiamo nemmeno dimenticare come la guerra della coalizione contro la Libia nel 2011, in cui il nostro governo fu forzato a partecipare, a dispetto delle resistenze, abbia messo a nudo una diffusa smemoratezza da parte di buona parte del Paese in merito all’“impresa di Libia” di cui, proprio in quell’anno, ricorreva il centenario; o che la declinazione italiana del movimento Black Lives Matter abbia riportato nuovamente a galla il tema dell’oblio rispetto all’essenza violenta dell’esperienza coloniale nostrana, la cui mancata trattazione, soprattutto nelle scuole, ha fatto ristagnare il Paese nell’aura della “missione civilizzatrice” da cui discende una concezione gerarchizzata dell’umanità.
I volumi di Morone, di Deplano e Pes, di Ertola e di Labanca non solo individuano calendarizzazioni standardizzate e mantra storiografici inappropriati ancora presenti nella vulgata, ma evidenziano snodi storici di coscientizzazione e il ruolo di studi e studiosi (come quello del compianto Angelo Del Boca) utili a rompere i tabù di una decolonizatio interrupta (si umquam coepta) nella mentalità italiana. Rappresentano le tappe di un discorso di “liberazione dai paletti” in cui ristagnava la storiografia tradizionale sul colonialismo italiano. Questa si era concentrata soprattutto su politica e diplomazia, guerra e repressione, amministrazione coloniale, contribuendo ad una trattazione del colonialismo come fosse un capitolo separato della storia nazionale, chiuso cronologicamente tra fine Ottocento e Seconda guerra mondiale, inducendo la scrivente, alla fine degli anni ’80, a dirottare decisamente i propri interessi sulla risposta africana all’imperialismo coloniale. Quasi ad intercettare, in quella direzione di ricerca, la barra a dritta di un’etica solidale nei confronti dei colonizzati quale si respirava nelle denunce dell’asettico colonialismo di campagne militari vittoriose e insediamenti atti ad esportarvi la dignità del lavoro, alla lettura di Gli italiani in Africa Orientale (pubblicato tra il 1976 e il 1984) e Gli italiani in Libia (2 voll. 1986-1988) di Angelo del Boca.
I volumi recenti presi qui in considerazione cadenzano la svolta della lettura dell’événement coloniale, come lo definiva il filosofo Achille Mbembe, non trattandolo come una monade storica, ma come un fenomeno culturale, ideologico e memoriale di lunga durata, che coinvolge una società italiana tutt’altro che monolitica, con le sue debolezze e le sue contraddizioni, vulnerabile alla propaganda e alle manipolazioni i cui riverberi, tra idealizzazioni e afflati nostalgici, ancora influenzano politiche e determinano scelte di campo, se ne sia coscienti o meno, in quell’aura di meme storico in cui si lascia vaneggiare buona parte della società nostrana e di cui, colpevolmente, università, scuola e reti televisive nazionali, in collaborazione, non prendono le redini. Si tenga a mente come siamo sempre il Paese in cui The Lion of the Desert (Moustapha Akkad, 1981)e The Fascist Legacy (BBC, 1989) girano ancora clandestini, fra qualche sede sindacale e qualche istituto di ricerche storiche, perché si ritiene che quelle denunce del colonialismo italiano possano ledere l’immagine dell’esercito e dell’Italia, come se non avessimo cambiato regime.
Peraltro, i restanti volumi selezionati di Casales, Cavagnini, Colliva, Falcucci e Mancosu nascono dalle rispettive tesi di dottorato, dandoci il polso dell’evoluzione delle domande di ricerca sorte nei colleghi giovani, rispetto al passato. I foci sul ruolo della Chiesa cattolica italiana nella stagione liberale del colonialismo italiano, e quelli sul ruolo del romanzo coloniale, dei documentari, dei cinegiornali e anche dei film fino agli anni ’60, svelano le matrici e i mezzi d’aggregazione del consenso nazionale, non solo rispetto alle campagne coloniali ma alla concezione del mondo e del modo di rapportarsi con esso, con strascichi che non si sono esauriti con la “fine ufficiale” dell’episodio coloniale italiano. Dirottando i piani di ricerca sull’immaginario e sulle prassi discorsive che agevolano la propaganda (anche con Ertola), peraltro, attraverso l’analisi del “come eravamo”, si pone l’attenzione sui mezzi di comunicazione e sulle agenzie di (in)formazione del passato, inducendo a riflettere anche sulle soluzioni di comunicazione a noi coeve, tanto del potere che in rapporto ai riflessi sulla formazione dell’opinione pubblica nazionale. La selezione operata, con Falcucci, peraltro, ci impone di riflettere sull’altra agenzia formativa rispetto all’esperienza storica: quella dei musei. Parametrarsi alla responsabilità demandata alle collezioni museali relative al periodo coloniale, specie in una stagione di impegno nelle restituzioni di reperti umani e materiali alle ex-colonie, come quella corrente, evidenziano a nostro avviso, ancora una volta, la sagacia della scelta operata che si rivela utile anche a fronte di esperienze che spesso svelano ancor oggi incompetenze, insensibilità se non vere e proprie devianze culturali di certi curatori rispetto a quella stagione – come ha rammentato Baioni, citando l’increscioso episodio occorso al Museo del Genio militare di Roma, dove, tra le campagne di liberazione italiana, si annovera anche l’aggressione all’Etiopia del ’35 [si veda Neelam Srivastava, Il museo dell’impero. Jacobin Italia, 17.1.2026].
Anche rispetto ad un rilievo emerso nel corso del dibattito, ovvero l’apparente mancanza in questi testi di un confronto con l’evoluzione della ricerca internazionale sull’esperienza coloniale, possiamo ben ravvisare una risposta presente nella selezione operata. Il volume di Berhe e De Napoli, in lingua inglese, richiama sin dal titolo un testo fondamentale dell’africanistica, scritto da uno dei maggiori interpreti del colonialismo: Mahmood Mamdani. Questo necessario contributo offre una serie di prospettive che si inseriscono perfettamente negli studi internazionali sul tema, peraltro evidenziando ruoli e spazi determinati dal “prisma legale” (Berhe) della cittadinanza coloniale.
Tutti questi sforzi di ricerca e interpretazione, concentrati sulle modalità narrative che hanno canalizzato il controllo, mettono il dito nelle piaghe delle debolezze nazionali. Libri come quelli selezionati potrebbero costituire dei mezzi di coscientizzazione in grado di spiegare e destrutturare attitudini innegabilmente razziste che si annidano nella cultura nazionale. Ne facciamo uso nei nostri corsi proprio con l’intento di indurre i giovani a riflettere non solo sul “come eravamo”, ma sul potere della propaganda cui siamo costantemente sottoposti sin dagli anni della formazione anche attraverso l’esposizione a mezzi di informazione accattivanti – le cui peculiarità sono state ben evidenziate dall’analisi di Piazzoni -, facendo più o meno indirettamente affrontare con cognizione di causa la forza e le deviazioni propagandistiche delle molteplici agenzie oggi a disposizione. Tra l’altro, considerando come già insegnanti come Marina Medi e Anna di Sapio, attraverso l’analisi del romanzo coloniale, avessero individuato un modo alternativo per far affrontare ai loro omologhi un capitolo difficilmente studiato nelle scuole medie e superiori, non possiamo pensare che ogni bene delle ricerche e dei lavori sia di approfondimento che di sintesi offerti in questa preziosa occasione, anche perché si tratta di volumi, pur di livello accademico, ma scritti in modo discorsivo, in grado cioè di uscire dalla mera coltivazione di questi studi nelle arene accademiche, assicurando una ricaduta nella formazione scolastica superiore. Certo, un obiettivo ben difficile da raggiungersi entro breve, dati gli orientamenti della nuova legge sulla formazione scolastica che segue pedissequamente le manipolatorie e anacronistiche direttrici dell’insegnamento della storia, elaborate da una commissione presieduta da Ernesto Galli della Loggia e inserite fra le “Nuove Indicazioni 2025 – Scuola dell’infanzia e Primo ciclo di istruzione”, nel capitolo “Perché si studia la storia”. Sebbene le direttive si limitino alle classi inferiori di primo e secondo grado, e non sembrino estendersi alle classi secondarie – sulle quali si riverbereranno senz’altro nel tempo, date le poche ore a disposizione dedicate allo studio della “geostoria” nei licei -, l’orientamento formativo è ben chiaro, tenendo la barra a dritta nel ristagno nella concezione hegeliana delle storie “altre” rispetto all’evoluzione “intrinseca” alla “Storia occidentale”. Peraltro, laddove si asserisce che “la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzitutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo.” (p. 68), cancellando del tutto il capitolo coloniale, si proietterà nelle giovani generazioni un modello difficilmente scardinabile, ascrivibile a quello che Maria Mälksoo ha definito di “memocrazia militante”.
In sintesi, rimandando alla registrazione delle pregevoli analisi offerte dai colleghi, che sarà auspicabilmente messa presto a disposizione del pubblico, per deduzione, ravviso in questa apprezzabile scelta sette direttrici principali:
I DIRETTRICE: il colonialismo come produzione di immaginari (Casales, Mancosu, Ertola)
La selezione si concentra sullo spostamento verso lo studio delle rappresentazioni: tra letteratura, immagini, cinema, narrazioni. Il romanzo coloniale viene analizzato come genere autonomo che costruisce modelli di comportamento, desideri e stereotipi sull’Africa (Casales), mentre cinema e cinegiornali sono studiati come strumenti che rendono l’impero “visibile” e “naturale” agli occhi degli italiani (Mancosu). Il colonialismo appare così come un sistema comunicativo che lavora sulle emozioni, sull’immaginazione e sul senso comune, spiegandoci bene le direttrici assunte dal meme, oggi.
II DIRETTRICE: il colonialismo come infrastruttura culturale e materiale (Falcucci e Cavagnini)
Un’altra novità importante è l’attenzione a istituzioni che sono ora “responsabilizzate” rispetto alla mera funzione di collettori che avevano finora: musei, collezioni ma anche mondo cattolico e missionario. I musei coloniali e le collezioni etnografiche diventano luoghi di sedimentazione di saperi, pratiche e oggetti che attraversano liberalismo, fascismo e Repubblica (Falcucci). Parallelamente, il cattolicesimo (potente nell’Italia liberale) emerge come attore centrale nella costruzione di un discorso coloniale morale e civile, non solo politico (Cavagnini). Il colonialismo non è quindi solo Stato ed esercito, ma una rete di istituzioni culturali.
III DIRETTRICE: il colonialismo come ideologia di lunga durata (Ertola, Deplano e PEs)
Qui la svolta è concettuale. Il colonialismo viene definito come un’ideologia sociale, una promessa di riscatto nazionale, una soluzione simbolica a problemi interni (come emigrazione, lavoro, prestigio). Questa ideologia non scompare con la fine dell’impero, ma si riformula in altri contesti (Ertola) mentre le sintesi recenti integrano politica, cultura e memoria in una narrazione continua dall’età liberale a oggi, mostrando la persistenza di schemi mentali coloniali (Deplano, Pes).
IV DIRETTRICE: colonialismo come ordine giuridico e sociale differenziale (Berhe e De Napoli)
Una delle novità più rilevanti è l’attenzione alle categorie di cittadinanza, soggettività giuridica e diritti differenziati tra europei e africani. Il colonialismo non è solo immaginario o ideologia, ma un sistema che produce norme, stabilisce gerarchie e struttura le relazioni quotidiane. Così, il volume curato da Berhe e De Napoli mostra come le distinzioni tra “cittadini” e “sudditi” non siano solo formali, ma abbiano effetti concreti sulle pratiche sociali, sulla mobilità, sul lavoro, sulla famiglia, sull’accesso alla giustizia. Rappresenta una novità rispetto alla storiografia precedente in quanto si esce dalla prospettiva di cosa gli italiani pensassero dell’Impero, dirottandola sulle modalità organizzative della vita di coloni e colonizzati, adottate dall’Impero.
V DIRETTRICE: il secondo ‘900 come nuovo terreno di ricerca (Morone e Colliva)
In questa rassegna emerge l’attenzione al dopoguerra e agli anni Sessanta. La fine del colonialismo viene trattata come un processo storico complesso, non come una cesura netta (Morone, ma anche Deplano e Pes). Negli anni Sessanta l’Africa diventa oggetto di immaginari concorrenti, tra cooperazione, missione, terzomondismo, sviluppo, con forti tensioni con il passato coloniale (Colliva) e la Repubblica non è più solo il tempo della rimozione, ma uno spazio di conflitti interpretativi.
VI DIRETTRICE: metastoriografia (Labanca)
La storia della storiografia coloniale gioca anche un ruolo in questa selezione. La storiografia è e deve essere a sua volta oggetto storico: non si studia solo il colonialismo, ma si studia come sia stato raccontato il colonialismo in Italia e nel volume su Angelo Del Boca, curato da Labanca, si riconosce come, grazie al giornalista e storico autodidatta, sia nata una diversa narrazione del colonialismo italiano e come questa abbia modificato il campo degli studi coloniali in Italia. La mente non può che correre al dibattito metodologico tra Angelo Del Boca e Nicola Labanca, che non riguardava i fatti del colonialismo italiano, che entrambi riconoscono come segnati da violenza e responsabilità gravi, ma il modo di interpretarli e raccontarli. Del Boca ha svolto un ruolo decisivo e “civile”, portando alla luce e documentando ciò che era stato rimosso e usando un linguaggio fortemente etico per smontare il mito degli italiani “brava gente”; Labanca e altri storici della generazione successiva hanno invece insistito sulla necessità di maggiore distanza analitica, di categorie più precise e di uno sguardo comparativo, per evitare che l’indignazione morale diventasse una semplificazione interpretativa. Nel mondo della scuola questa discussione è arrivata pochissimo: il colonialismo resta spesso marginale nei programmi e quando compare lo fa in forma rapida e semplificata, più vicina alle tesi divulgative di Del Boca che al dibattito storiografico vero e proprio. Nel dibattito pubblico, invece, Del Boca è diventato un punto di riferimento quasi simbolico, mentre le posizioni più articolate e problematizzate di Labanca sono rimaste perlopiù confinate all’ambito accademico, contribuendo però negli ultimi anni a una riflessione più matura, anche se ancora minoritaria, sul passato coloniale italiano che si riflette nelle pagine di cui si è discusso in questa sede.
Conclusione
Nel loro insieme, i lavori sviscerati in questa giornata, fitta di stimoli, ci mostrano come il colonialismo non possa essere considerato una parentesi, ma una dimensione strutturale della modernità italiana (e non solo), che continua a produrre effetti culturali e simbolici nel presente. La novità non è solo nei temi, ma nel metodo: dalla storia degli eventi alla storia degli immaginari, delle istituzioni culturali e delle memorie e le chiavi di lettura offerte dai nostri generosi e sapienti ospiti hanno aperto esperienze storicistiche decisamente intriganti. Mentre siamo in attesa di altri “attraversamenti” e stimolanti studi comparativi, aspettiamo con entusiasmo la quinta edizione (anche se non riguarderà l’Africa).
Parole chiave:
Italia, colonialismo, Impero, imperialismo, colonizzatore, colonizzato, cattolicesimo, cinema, cinegiornale, romanzo, metastoria, immaginario, decolonizzazione, cittadinanza, sudditanza, Africa Orientale Italiana, Libia, Angelo del Boca
*insegna Africa: storia, istituzioni e sfide globali (BA) e History and Politics of sub-Saharan Africa (MA) presso l’Università degli Studi di Milano.
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