Sudan: the hinge of systems in crisis

Il Gen. Mohamed Hamdan Dagalo “Hemedti” (piccolo Maometto), comandante delle Forze di Supporto Rapido (RSF) e l’attuale Presidente del Consiglio Supremo di Port Sudan, il Gen. Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, comandante delle Forze Armate Sudanesi (FSA) – Courtesy of Dabangasudan.org.
Cristiana Fiamingo*
1. Il Sudan e la destabilizzazione sistemica del Corno d’Africa (1956–2026)
Il Sudan non è soltanto uno Stato in crisi, ma una vera e propria “cerniera sistemica” tra Sahel, Valle del Nilo, Corno d’Africa e bacino del Mar Rosso. In questo spazio si intersecano rotte commerciali ed energetiche, competizione militare e rivalità tra potenze regionali ed extra‑regionali. Ne consegue che ogni instabilità interna sudanese produca effetti immediati sulla sicurezza marittima, sui flussi migratori, sui traffici leciti e illeciti e, più in generale, sugli equilibri strategici dei Paesi confinanti.
La tesi che si intende argomentare in merito a questo conflitto, ma presumibilmente valida a livello globale, è che potenze grandi e medie e i loro alleati regionali non si limitano a ingerirsi nelle contese, ma contribuiscono a modellare istituzioni politiche ibride, oltre a nuove economie di guerra e configurazioni territoriali. Il conflitto sudanese del 2023-26 va quindi letto come esito di un’ingerenza sistemica che produce e riproduce fragilità statuali, funzionali a interessi esterni.
A partire dal 2023, tale rilevanza si è ulteriormente accentuata nel contesto di una crescente militarizzazione del Mar Rosso, intensificata dopo il conflitto asimmetrico di Gaza e il conflitto nello Yemen e gli attacchi contro la navigazione commerciale. Il Mar Rosso è tornato a configurarsi come spazio di competizione strategica diretta in cui basi militari, controllo dei choke point marittimi (Suez e Bab-el-Mandeb, nella fattispecie) e presenza navale extra‑regionale si intrecciano con crisi terrestri apparentemente periferiche, come quella sudanese. Nella sua funzione di “cerniera sistemica” il Sudan connette, con continuità geografica e con densità di interdipendenze, tre teatri che spesso vengono studiati separatamente: (a) il Sahel centrale e occidentale (attraverso Ciad, Libia e Niger, che alimentano flussi di armi, miliziani e reti commerciali lecite e illecite); (b) il bacino del Nilo (attraverso la politica idrica e la competizione tra Etiopia, Egitto e Sudan, connessa alla diga GERD: Grand Ethiopian Renaissance Dam); (c) il Mar Rosso, tra Suez e lo stretto di Bab el-Mandeb, snodo dei traffici euro-asiatici e della proiezione militare esterna.
In questa prospettiva, la crisi sudanese non è un evento isolato, ma un acceleratore di instabilità interregionale: scompone i confini, riattiva economie di guerra, produce nuove dipendenze logistiche e rende più permeabili gli spazi di sovranità.
Tra proliferazione di missioni e coalizioni navali, un incremento tangibile della sorveglianza con diffusione di dispositivi antidrone e/o antimissile, oltre alla necessaria riorganizzazione delle rotte commerciali – che ha impattato tanto sui porti sudanesi che sui porti “alternativi” del Corno d’Africa -, si è dunque operata la militarizzazione del Mar Rosso. In questa prospettiva si può meglio comprendere l’interesse degli USA per i porti somali. Ma anche la spinta (poi smentita) per il riconoscimento del Somaliland (fino a ieri, definito dagli States stessi rogue state: stato canaglia), dopo il riconoscimento operato da Israele, il 26 dicembre 2025, senza timore alcuno di delegittimazione da parte di un diritto internazionale che sistematicamente questo Stato è avvezzo a ricusare (Dahir e Pérez-Peñade, 26.12.25). Insomma, il Sudan assume valore come base logistica terrestre della sicurezza marittima: la guerra di terra diventa parte di un sistema di sicurezza “mare-terra” sempre più integrato e in cui potenze grandi e piccole giocano un ruolo. A livello metodologico, inoltre, il caso sudanese consente di osservare un fenomeno ricorrente nella politica internazionale contemporanea: la coesistenza di iniziative diplomatiche pubbliche e di sostegno opaco o indiretto a proxy locali. Ne deriva una dinamica che, sul terreno, si presenta come “guerra civile”, ma che – nel circuito delle risorse, delle basi logistiche e delle catene di comando – si configura come un conflitto per procura multilivello, in cui la sovranità è ricomposta come funzione di reti.
2. Tra guerra civile e statualità contesa: il Sudan prima del 2023
Richiamiamo qui, in una succinta sintesi, la serie di conflitti che ha interessato il Sudan dall’anno precedente la sua indipendenza dal condominio anglo-egiziano, nel 1956. Dal 1955, infatti, il Sudan era interessato da una prima guerra civile che si è protratta fino al ‘72, tra Nord musulmano e Sud, abitato da popolazioni cristiane e/o praticanti religioni autoctone. Si concluderà con l’accordo di Addis Abeba, mediato nel 1972 da Ja’far al-Nimeyri, militare di carriera che era arrivato al potere con un colpo di Stato nel ‘69 e che concederà l’autonomia al Sud. Dal 1983 fino al 2005, il Sudan tornerà preda di una seconda guerra civile, innescata dall’imposizione della Shari’a da parte dello stesso al-Nimeyri, nel 1983, e dalla resistenza dello SPLA (South Sudan People’s Liberation Army), che veniva sostenuto dal governo ugandese, in cui, per converso, il movimento del LRA (Lord’s Resistance Army), di stanza tra la terra degli Acholi nel nord dell’Uganda e soventi sconfinamenti nel Sudan del Sud, veniva finanziato dal governo sudanese, in funzione anti-ugandese. Questa fase – che si configurava in quella che, all’epoca, Mark Duffield definiva “emergenza politica complessa” (Duffield, 1994) – si concluderà sotto il governo di ʿOmar Hasan Ahmad al-Bashīr, con l’Accordo di Naivasha con l’SPLA del 2005. Nell’accordo rientra nuovamente l’autonomia del Sud e la condivisione delle risorse petrolifere, nonché l’impegno a promuovere un referendum per l’indipendenza del Sud. Tale referendum si svolgerà soltanto nel 2011 e, a quel punto, si stabilirà la secessione definitiva del Sudan del Sud. Nel frattempo, nel 2003, era scoppiato il conflitto nel Darfur, conseguente a un improvvido prolungamento del trasferimento della popolazione pastorale in area fortemente agricola, tra il governo e i movimenti che l’accusavano di opprimere le popolazioni non-arabe della regione – Fur, Masalit e Zaghawa -: il Movimento per la Liberazione del Sudan (SLM e relativo braccio armato SLA, che poi si dividerà in due fazioni) e il Movimento Giustizia ed Uguaglianza (JEM). Dopo un conflitto sanguinoso, nel 2006 seguirà l’Accordo di Abuja, mediato da Unione Africana e Stati Uniti, che prevedeva il disarmo delle milizie e la loro reintegrazione, ma che sarà firmato solo da una parte dell’SLA e respinto dalle altre fazioni coinvolte. La situazione si è trascinata a lungo e la comunità internazionale, pur avendo gridato al genocidio perpetrato dai “Janjaweed” (“demoni a cavallo”), è rimasta pressoché immobile, se si escludono i due mandati spiccati dalla Corte Penale Internazionale contro ‘Omar al-Bashīr del 2009 e del 2010, questa volta aggravato dall’accusa di genocidio (sul periodo, Musso, 2017).
La pesante situazione economica ha innescato una serie di manifestazioni popolari che, in breve, si sono evolute in una richiesta di cambiamento politico e civile, con attivisti organizzati nelle ERR (Emergency Response Room) che hanno giocato un ruolo cruciale nella mobilitazione. Queste proteste (note come la “Rivoluzione di dicembre”) hanno portato a un colpo di stato militare e al rovesciamento del presidente ‘Omar al-Bashīr, l’11 aprile 2019 (Vezzadini et AA., 2023). Seguirà una breve “primavera” di speranza nella democratizzazione del Paese, che, in poco tempo, è tuttavia degenerata in instabilità. Il Sudan è stato successivamente retto da un Consiglio Sovrano a composizione mista civile-militare. La presidenza è stata assunta dal generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, mentre il generale Mohamed Hamdan Dagalo (detto “Hemedti”, ovvero piccolo Maometto), comandante delle Forze di Supporto Rapido (RSF) – in cui erano stati istituzionalizzati i Janjaweed, a conclusione della guerra nel Darfur– ne è divenuto il vicepresidente. In parallelo, Abdalla Hamdok ricopriva la carica di Primo Ministro civile tra il 2019 e il 2021. Questo assetto transitorio si è incrinato con il colpo di Stato militare dell’ottobre 2021, che ha interrotto il processo di democratizzazione e concentrato il potere nei vertici militari. Dopo un breve e fragile reintegro di Hamdok, tra novembre 2021 e gennaio 2022, il Sudan è entrato in una fase di governo militare diretto. La coabitazione forzata tra al-Burhan e Dagalo, alla guida del Consiglio Supremo, inizialmente alleati nella gestione della transizione, si è progressivamente trasformata in una competizione per il controllo dello Stato e delle sue rendite coercitive, fino allo scontro armato aperto dell’aprile 2023 tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le RSF guidate dal gen. Dagalo. La pretesa di Al-Burhan di integrare le RSF nell’esercito regolare innescherà lo scontro fra i due e le rispettive forze militari, nell’aprile 2023. Sembra un caso da manuale per Lyons che, in un saggio del 2016, afferma come i gruppi “insurgent” che emergono come attori dominanti tendano a convertire le proprie strutture militari in istituzioni politiche autoritarie, resistendo a processi di integrazione statale che ne ridurrebbero l’autonomia. Tale chiave interpretativa risulta utile per leggere la traiettoria delle RSF sudanesi, pur in assenza di una loro “vittoria” militare compiuta (Lyons, 2016).
A dispetto di tentativi di mediazione, sui quali ci soffermeremo più approfonditamente oltre, nell’ultimo anno si sono sviluppate un’escalation militare e una crisi umanitaria che sono saliti alla ribalta dei media internazionali per raccapriccianti foto riprese dalla NASA di tracce estese di sangue in zone specifiche, poi apparentemente attribuite a bestiame ucciso (YouTube Video: 31.10.2025 e 6.11.2025), divulgate con un tempismo che qualche analista ha ritenuto sospetto, quale probabile tecnica di diversione rispetto alla perdurante tragedia di Gaza. La Corte Internazionale di Giustizia, interpellata il 9 luglio scorso, ha ammesso che, sebbene si possa parlare di gravi crimini contro l’umanità, in quest’ultimo conflitto non ci siano prove sufficienti per affermare trattarsi di atti genocidari; ma già ad agosto, diverse Ong, in vista della 60ª sessione del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, hanno sollecitato gli Stati a sostenere un’estensione del mandato per la Missione Internazionale Indipendente di Accertamento dei Fatti (FFM) per il Sudan. Con la caduta dell’ultimo bastione della SAF a El-Fasher nel Darfur, prevedendo l’estensione del conflitto verso est, ambendo Hemedti ritentare la conquista di Karthoum con le sue RSF, l’ONU è intervenuto chiedendo il cessate il fuoco (Jameson, 14.8.25). Troppo tardi, stando alle recenti scoperte di fosse comuni ad El-Fasher e a Khartoum (Al-Shamahi, 16.12.25) -, e con scarsa efficacia, se Middle East Eye, nel mese di gennaio, ha denunciato un perdurante traffico di cargo carichi di armi, da UAE e Israele, destinati alle RSF, che volano dalla Libia sudorientale e dal Ciad in Sudan (Hooper e Rickett, 2.1.26).
3. Note a margine di un’involuzione annunciata
Da questa breve cronologia del conflitto si evince che, dal 1956, il Sudan è entrato in una traiettoria di statualità contesa, in cui governi militari, guerre periferiche e transizioni incomplete sono state sistematicamente amplificate da interessi esterni. Nel periodo post‑Guerra fredda, la dimensione economica e quella securitaria si sono intrecciate in modo crescente nella regione.
In questo contesto, il nesso tra conflitti per procura e istituzionalizzazione delle milizie è un punto nodale, sebbene sottovalutato nella vulgata. Abbiamo visto come il conflitto sudanese rappresenti un caso da manuale di un proxy conflict in cui la milizia non è solo uno strumento contingente, ma si tratta piuttosto di un’istituzione in fieri. Non si riflette mai a sufficienza su quali siano le abilità necessarie a controllare e governare popolazioni, a estrarre rendite, per non dire delle capacità diplomatiche – sia pure coercitive – nel negoziare con attori esterni, se non nell’infiltrare o addirittura sostituire apparati statali (Kaldor, 1999 e 2004). Questi passaggi implicano una trasformazione organizzativa che progetta gerarchie, sistemi di reclutamento e di addestramento, ma anche apparati di intelligence e amministrazioni fiscali informali. La fine di un proxy conflict, pertanto, non coincide quasi mai con la smobilitazione delle milizie. Infatti, le strutture paramilitari tendono a sopravvivere come attore politico-economico. Ma, soprattutto, i cosiddetti “accordi congelati” che stanno diventando pratica corrente – e in cui rientra appieno la “diplomazia commerciale” dell’amministrazione Trump -, contribuiscono alla loro legittimazione. Attraverso processi che implicano accordi di cessate il fuoco e/o patti di condivisione del potere, infatti, vengono operate integrazioni parziali che riconoscono de facto le capacità dimostrate tramite coercizione e generazione di rendite, per quanto brutali e illecite.
La guerra del Darfur del 2003 rappresenta una soglia fondamentale. Ricordiamo tutti le denunce di genocidio contro i “Janjaweed”, e la loro trasformazione nelle RSF, del 2013, va letta come una continuità funzionale. Una milizia irregolare è stata progressivamente formalizzata senza essere realmente subordinata allo Stato. La sua funzionalità si spiega nel considerarla come nel passato fosse un dispositivo armato “a basso costo politico”. Attraverso questo il “centro” ha potuto reprimere le periferie (nella fattispecie il Darfur), negando la propria responsabilità diretta e scaricando la violenza su attori non regolari, di fatto, redistribuendo rendite territoriali. Col tempo, la loro utilità si è trasformata in potere contrattuale. Alla luce di questa considerazione, il passaggio dei Janjaweed alle RSF, formalizzate e dotate di mandato nazionale, non va letto certo come una loro istituzionalizzazione virtuosa, ma, al contrario come un riconoscimento politico di una capacità coercitiva preesistente. Insomma, assistiamo ad un fenomeno secondo cui lo Stato non assorbe la milizia, ma è la milizia a ridefinire lo Stato e il dualismo armato che emerge, ne erode il monopolio della violenza, che dello Stato dovrebbe essere appannaggio. Ecco che tanto l’accordo di pace per il Darfur quanto quello che ha portato alla secessione del Sud Sudan incarnano il paradigma degli accordi congelati. Il conflitto viene solo temporaneamente sospeso, ma le cause strutturali non solo non vengono affrontate e risolte, ma, anzi, ne preparano di future. Scorrerie, violenze e assalti scatenati dal 2003 al 2011, alla fine, si sono conclusi con soluzioni negoziali che hanno ridotto, certamente, l’intensità del conflitto, ma hanno preservato i dispositivi di guerra: milizie, economie estrattive e corridoi logistici. Tali e quali.
Nel caso del Darfur, poi, la combinazione di tregue parziali, negoziati intermittenti e missioni internazionali ha prodotto una stabilizzazione “procedurale”, ma, appunto, non sostanziale. Nel caso del Sud Sudan, la secessione ha risolto un conflitto centro-periferia, producendo però una nuova frontiera militarizzata e un’economia petrolifera estremamente dipendente dai corridoi di esportazione, per non parlare della connessa crisi dei rifugiati: fattori che hanno indotto e diffuso una forte vulnerabilità alle crisi sudanesi (De Simone, 2020).
Lo schema storico appena descritto rileva in quanto prefigura la guerra corrente. L’esito non è affatto quella “guerra a sorpresa” che hanno trasmesso i media, nella loro cronica discontinuità d’osservazione, ma è l’apice dell’emersione di un dualismo armato incubato in precedenti configurazioni di potere. La genealogia Janjaweed/RSF rende inoltre intelligibile il comportamento delle potenze esterne: un attore paramilitare dotato di capacità logistiche e di accesso a rendite (tra oro, traffici e controllo urbano) diventa un partner appetibile per chi desidera esercitare influenza senza responsabilità diretta. Addirittura, un’inchiesta di un’autorevole emittente sudanese, Radio Dabanga, ha denunciato come l’Unione Europea abbia addestrato le RSF, attingendo all’Emergency trust fund for Africa, stanziato per gestire i flussi migratori sulla rotta del Mediterraneo Centrale (Sironi, 8.12.2020).
4. La guerra civile 2023–2026: ingerenze, strategie, strumenti
Il conflitto esploso il 15 aprile 2023 tra SAF e le RSF evolve rapidamente in una guerra per procura multilivello, articolata attraverso sostegno materiale, protezione diplomatica selettiva, ingegneria politica e pressione su corridoi logistici regionali.
Sul piano diplomatico emerge un doppio gioco: da un lato, iniziative negoziali come i Jeddah Talk del maggio 2023, dall’altro, il sostegno diretto o indiretto ai belligeranti. L’intervento di Arabia Saudita e Stati Uniti nei colloqui di pace rappresenta un caso paradigmatico di diplomazia a due livelli: da un lato, si producono testi di impegno volti alla protezione dei civili, che prevedono cessate il fuoco temporanei e meccanismi di monitoraggio; dall’altro, è una diplomazia che si scontra con incentivi strutturali alla prosecuzione delle ostilità. Infatti, i protagonisti sul terreno e i loro sponsor esterni massimizzano rendite e posizionamenti territoriali, mentre si è preso tempo. Così, se la Jeddah Declaration sull’impegno a proteggere i civili e gli accordi successivi hanno fornito un lessico normativo condiviso, la loro efficacia è stata limitata dall’assenza di strumenti coercitivi credibili e dall’asimmetria di interessi tra facilitatori e parti in conflitto (US Dept. State, 11.05.2023). Tali accordi si definiscono quindi “congelati” in quanto si tenta di ottenere una pausa umanitaria e un quadro procedurale che, però, non disinnesca la competizione per il controllo coercitivo dello Stato e la tutela degli interessi esterni nella regione. Invece, la “pausa umanitaria” ha favorito un ulteriore step nel processo di istituzionalizzazione delle RSF, con la formazione, il 26 luglio del 2025, di un vero e proprio governo parallelo. Alleandosi all’SPLM-N, che controlla i Monti Nuba e parte dello stato del Nilo Blu, a fazioni di due delle maggiori e più vecchie forze politiche sudanesi, l’Umma Party, che ha le sue radici in Darfur, e il Democratic Unionist Party, originario invece del Sudan orientale, le RSF hanno creato la cosiddetta Sudan Founding Alliance (Tasees), promuovendo la creazione di un Consiglio Presidenziale, con Hemedti come presidente, un primo ministro designato e una struttura di governo regionale (Sironi, 26.7.2025). Il rifiuto esplicito di integrare le RSF nelle FSA e la costruzione di istituzioni politiche autonome segnano il passaggio da milizia istituzionalizzata a progetto di statualità alternativa.
Più di recente, è emerso un secondo circuito negoziale: il QUAD. Si tratta di un quartetto composto da Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti (UAE), Egitto e Arabia Saudita che, nel 2025, si adopererà per imporre una tregua umanitaria e ottenere una trasformazione politica. Il problema sottolineato dalle fonti è il “doppio gioco”: attori che siedono al tavolo come mediatori sono al tempo stesso sospettati o accusati di sostenere una delle parti (Bovo, 23/27.12.25; v. inoltre Donelli e Pericoli, 2024). Il sostegno emiratino alle RSF è ormai conclamato, ma, nonostante ciò, la reazione negativa del comandante delle SAF Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, che rifiuta la proposta e denuncia la faziosità delle parti, è stata interpretata come un ostinato rifiuto della pace in sé, tanto dalle cancellerie del QUAD che dai soliti media compiacenti, sottovalutando come si trattasse di una contestazione della cornice negoziale e della gerarchia di legittimità che questa esplicitava (France24, 24.11.25 e Motamedi, 15.12.25).
La comparsa di mercenari colombiani e di reti di reclutamento transnazionali segna un salto di qualità di scala globale: dal punto di vista analitico, la presenza di ex militari latinoamericani, impiegati come personale specializzato – operatori di droni, artiglieri, addestratori -, indica che la guerra sudanese è entrata pienamente nel mercato globale della sicurezza privata: un ecosistema in cui competenze militari circolano come commodity e in cui le catene logistiche tra Somalia, Libia orientale e Ciad, integrano teatri africani con hub finanziari e di procurement nel Golfo (Psaledakis, 9.12.25 e US Dept. Treasury 9.12.25). Questo fenomeno non è un mero dettaglio operativo, ma altera la capacità bellica delle milizie e rende più difficile ricondurre il conflitto entro cornici africane o regionali, dove peraltro continuano a sorgere forme di difesa civile per proteggersi da aggressori interni ed esterni, a complicare ulteriormente il quadro (Levorato e Donelli, 2026).
5. Economia del conflitto
Da quanto detto sin qui, si comprende bene come la guerra sudanese sia sostenuta da un’economia politica della violenza strutturata, fondata sull’oro del Darfur, sui traffici e sulle rendite logistiche e come i porti somali e le reti riconducibili agli UAE fungano da infrastrutture materiali della guerra, ma in realtà c’è dell’altro: la “militarizzazione della produzione zootecnica”. Duffield e Stockton, in un saggio recente, dimostrano come l’espansione dell’export di piccoli ruminanti dal Sudan e dalla Somalia verso i Paesi del Golfo (il maggiore al mondo, fino allo scoppio della pandemia del covid-19) sia stata resa possibile da processi sistematici di violenta espulsione delle popolazioni agricole, riconversione coercitiva delle terre e controllo armato delle risorse idriche. L’allevamento non rappresenta dunque un “residuo tradizionale” rispetto al quadro più sopra descritto, ma una specifica forma di accumulazione estrattiva fondata sulla guerra permanente. Il recente declino delle esportazioni ovine segnala, secondo i due autori, i limiti ecologici ed economici di questo modello: esaurimento delle mandrie, degrado dei suoli e aumento dei costi militari di controllo territoriale, con conseguente spostamento del modello di allevamento militarizzato e predatorio, orientato all’esportazione verso il Golfo, verso nuove regioni del Corno d’Africa (Duffield e Stockton, 2024).
Il tutto riceve un notevole assist dall’uso di tecnologie militari a basso costo e d’alta accessibilità: questo, notoriamente, abbassa la soglia di ingresso nelle situazioni di guerra e ne prolunga la durata, rendendo il conflitto economicamente sostenibile. Così droni commerciali modificati o sistemi di comunicazione satellitare e munizionamento teleguidato relativamente economico riducono la barriera d’ingresso ad attori non statali. In un’economia di guerra basata su rendite estrattive e logistiche, il rapporto costo/efficacia di tali tecnologie accelera la cosiddetta “militarizzazione diffusa”, sopperisce alla disoccupazione e moltiplica gli attori capaci di condurre operazioni significative. In quest’ottica, l’economia politica della guerra in Sudan è l’infrastruttura che rende riproducibile il conflitto. L’oro del Darfur fornisce al contempo la liquidità e permette un’integrazione con reti globali di intermediazione, raffinazione e re-export. Infatti, anche la riesportazione di merci precedentemente importate – o dopo una lavorazione leggera, o semplicemente per cambiarne l’origine dichiarata – interessa il Sudan principalmente attraverso il suo ruolo di hub logistico e commerciale nella regione orientale dell’Africa, grazie all’ambito sbocco sul Mar Rosso.
A dispetto del conflitto che, certo, non facilita le cose, ma anche grazie a questo, che permette di aggirare i controlli, il Sudan funge da canale per le merci destinate ai Paesi vicini: specie Egitto, Etiopia ed Eritrea; ma anche, in misura minore, per il mercato interno. Il suo ruolo è strategico tanto in funzione geopolitica che per le normative doganali per il transito. Occorre ricordare come sia il Sudan, sia il Sudan del Sud risultino fra i primi firmatari ad aver avviato il processo di liberalizzazione tariffaria dell’AfCFTA (African Continental Free Trade Area). Beneficiata dal commercio di transito, attraverso il Sudan passa la redistribuzione di beni alimentari, petrolio e oro, e il territorio del Paese è area di contrabbando e mercato informale cui si associa sovente l’attività di re-export, soprattutto nel contesto instabile attuale in cui le merci, da quelle di prima necessità a quelle di lusso, vengono movimentate in modo non monitorato. Pur essendo il Sudan un Paese produttore di petrolio, necessita d’esportarlo o di riesportarlo attraverso i suoi porti per raggiungere i mercati internazionali, sfruttando la vicinanza con i Paesi del Golfo. Se, da un canto, la guerra attuale ha interrotto molte rotte marittimo-commerciali, ha dunque anche intensificato il contrabbando e il ruolo dei porti come vie di passaggio cruciali per l’approvvigionamento e l’esportazione di risorse, di mezzi e dispositivi militari e creando un’economia di transito complessa e per lo più illegale (Hureirah, 19.1.2026). Ecco che i porti del Corno d’Africa (approdi del Puntland e del Somaliland inclusi) possono operare come interfacce logistiche: dal retroterra sudanese si muovono metalli e merci verso il mare; dal mare rientrano armamenti, componenti dual-use e sistemi di comunicazione.
Il nesso oro-porti somali-Emirati Arabi Uniti diventa, così, un triangolo strategico. La funzione dei porti non è solo commerciale: è politico-militare, perché consente la cosiddetta plausible deniability (negazione plausibile), frammentando le responsabilità lungo una catena di intermediari (Townsend, 25.7.2024).
Il controllo delle rotte sul Mar Rosso assume quindi un significato duplice: sia di controllo di un corridoio commerciale globale che della moltiplicazione di opportunità della guerra di terra, perché determina costi, tempi e rischi delle catene di approvvigionamento. In prospettiva, la militarizzazione navale post-2023 e le missioni di protezione della navigazione possono avere effetti paradossali: proteggere la shipping lane internazionale, ma spostare verso porti meno regolati e più opachi una quota maggiore dei traffici “grigi”, rafforzando economie di guerra periferiche (Donelli, 2025 e CESPI, ETS et Aa. 2025).
6. Il Corno d’Africa oltre il Sudan
La guerra in Sudan agisce quindi da moltiplicatore regionale, accelerando la militarizzazione del Mar Rosso, la competizione per le rotte energetiche e la destabilizzazione degli Stati limitrofi.
Il focus radente che mi appresto a fare va letto come estensione sistemica del caso sudanese: non un contesto “adiacente”, ma parte della stessa architettura di competizione.
Tre processi, infatti, si sovrappongono: (1) la crisi della sovranità statale in Etiopia (tra federalismo etnico in tensione, frammentazione armata, debito e grandi opere); (2) l’autonomia selettiva eritrea, che combina sicurezza di frontiera, diplomazia bilaterale e ricerca di partner extra-continentali; e infine (3) il contesto regionale in crisi laddove l’Intergovernmental Authority on Development (IGAD) perde la funzione di mediazione e governance regionale, lasciando vuoti che vengono prontamente occupati da attori del Golfo e da potenze extra-regionali.
6.1 Etiopia: frammentazione interna e proiezione esterna della crisi
L’Etiopia attraversa una fase di forte disgregazione politico‑militare interna. Le tensioni interne tra milizie e movimenti armati non sono un “capitolo interno” separato: influenzano direttamente la postura regionale di Addis Abeba. I Fano (galassia di milizie amhara) operano come resistenza armata radicata socialmente; l’Amhara National Unity Resistance Front rappresenta un tentativo di coordinamento più ideologico e strutturato; l’Oromo Liberation Front (movimento politico) e l’Oromo Liberation Army (la sua ala armata) mantengono una guerriglia persistente in Oromia. Un simile puzzle erode il monopolio della forza e produce incentivi alla proiezione regionale ed esterna. Ne derivano rivendicazioni di accesso al mare, pressioni sui confini, accuse agli Stati vicini d’adozione di sistemi di utilizzo illeciti di snodi logistici o canali di transito. In una rete di guerra per procura siffatta, ecco che le illazioni di addestramento o passaggio di combattenti attraverso stati come l’Etiopia, o i porti della Libia meridionale e del Ciad che garantirebbero la partenza dei velivoli-cargo di armi fornite da Israele e UAE alle RSF, ne fanno territori utili, se non attori consustanziali (Dolce,16.12.2025).
6.2 Eritrea: attore autonomo e diplomazia securitaria
In contrasto con la fragilità etiope, l’Eritrea emerge come attore regionale autonomo, orientato a una diplomazia securitaria e al sostegno della continuità statuale sudanese. Il profilo eritreo, nelle fonti recenti, è quello di un attore che rifiuta la neutralità passiva e propone una neutralità armata a tutela della frontiera, attraverso una gestione selettiva dei corridoi umanitari e in aperta cooperazione con il governo di Port Sudan. Nell’impegno ad accogliere rifugiati e a coordinare la sicurezza sembra in cerca d’ottenere legittimazione attraverso pratiche, piuttosto che attraverso adesioni formali a processi multilaterali. La visita del presidente Isaias Afwerki a Port Sudan, il 29 novembre 2025, va letta come segnale di opposizione a soluzioni congelate, percepite come funzionali alla re-istituzionalizzazione delle RSF, ma anche come un uso sagace della propria posizione sul Mar Rosso quale leva negoziale, evitando però l’integrazione in assi che limiterebbero la sua autonomia (Masrie, 15.12.25 e Eritrea Min, 13.1.26).
6.3 IGAD: istituzione svuotata e vuoto di governance regionale
L’uscita dell’Eritrea dall’IGAD evidenzia la crisi strutturale della comunità economica regionale e apre spazi a iniziative extra‑regionali: l’istituzione appare priva di capacità coercitiva, esposta a percezioni di parzialità e incapace di imporre cornici credibili al conflitto sudanese. Il regionalismo, seppure innegabilmente vivo, non è vegeto, appare svuotato, e lo svuotamento crea opportunità a interventi esterni a geometria variabile, per cui il collasso dell’IGAD è un potenziale moltiplicatore di proxy conflict, riducendo gli spazi di composizione regionale e incentivando così gli attori locali a cercare sponsor esterni, perché la sicurezza collettiva regionale non produce benefici tangibili (IGAD, 12.12.2025).
7. Israele e Sudan: normalizzazione e sicurezza nel Mar Rosso
La crisi sudanese si inserisce in una strategia israeliana di proiezione indiretta nel Mar Rosso, basata su una logica di controllo tentacolare e flessibile, di cui la normalizzazione con Khartoum rappresenta un tassello.
È opportuno definire tentacolare il ruolo israeliano in quanto lega normalizzazione, intelligence, controllo dei choke point marittimi e gestione delle minacce ibride (pirateria, terrorismo, droni e traffici) in una geografia della sicurezza che non richiede un approccio lineare. Secondo Navon, il Sudan è rilevante per Israele per tre ragioni intrecciate: innanzitutto in ragione della sicurezza del Mar Rosso e dell’accesso al Mar Mediterraneo attraverso il canale di Suez; quindi, nell’ottica della tensione con competitor ostili se non rivali lungo il bacino del Mar Rosso – non di rado sostenuti dal nemico storico: l’Iran. Infine, rileva in quanto possibile traiettoria della normalizzazione avviata con la firma della Abraham Accords Declaration il 6 gennaio 2021, ma mai ratificata a causa del conflitto, con un accordo bilaterale tra Israele e Sudan. In questo quadro, la guerra sudanese non interrompe necessariamente la normalizzazione, semmai ne cambia la forma. In un contesto di frammentazione, la relazione può diventare più modulare, attraverso forme di cooperazione indiretta nella sicurezza e in forme di intelligence marittima, o con interventi specifici su giunti logistici, tra porti, aeroporti e corridoi energetici: forme di collaborazione che non implicano un allineamento diplomatico diretto (Navon, 23.11.2025), ma, creando dipendenza da Israele nel campo della cybersecurity. Una dipendenza che, peraltro, spiega l’ossequio dell’Occidente, in quanto Israele, attraverso il Global Cyber Cabinet (GCC) a sua guida, riunisce i capi delle agenzie nazionali di sicurezza cibernetica di vari Paesi alleati, tra cui Stati Uniti, Germania, Giappone, Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti, e vi discute e pianifica strategie di difesa comuni contro le “minacce informatiche globali” (Carre, 2022), e ben si sa che chi si arroghi il diritto di definirle, in un tale costrutto di controllo, ha un potere illimitato sulla popolazione mondiale. Questo quadro spiega perché la strategia israeliana appaia “tentacolare” nell’ingerirsi nella crisi sudanese: tra diversificazione di canali, riduzione dei costi reputazionali e capacità di adattamento a un ambiente instabile, che diviene un tassello della più ampia architettura di sicurezza del Mar Rosso. Un tassello centrale, poi, in seguito alla crisi della navigazione legata al conflitto a Gaza e alla guerra nello Yemen.
8. Direttrici d’approfondimento e conclusioni
La lettura della complessa vicenda descritta si articola in tre cornici teoriche principali: I. il neocolonialismo, inteso come insieme di pratiche informali – finanziarie, securitarie e diplomatiche – che limitano la sovranità effettiva; II. l’interdipendenza asimmetrica, per cui la dipendenza da aiuti, credito e sicurezza finisce per ridurre drasticamente le opzioni strategiche; III. la già citata teoria dei proxy conflict, che interpreta le guerre civili come spazi delegati di confronto tra attori esterni.
Ciascuna di queste si basa su specifici filoni di letteratura: innanzitutto, letture neocoloniali della trasformazione dello Stato postcoloniale; analisi dell’interdipendenza asimmetrica, che chiariscono come la dipendenza economico-finanziaria produca vincoli politici, senza necessità di occupazione diretta e quindi gli studi in merito alla teoria dei proxy conflict, utile a descrivere guerre in cui attori esterni riducono i costi politici e militari delegando violenza e controllo territoriale a soggetti locali che si trasformano in attori politici autonomi, in grado di condizionare o sostituire lo Stato.
In conclusione, si può ben dire che la guerra in Sudan non sia riducibile a un ennesimo “fallimento” africano: semmai, ci fa insistere nel reiterare la critica rispetto all’“Agenda 2063” dell’Unione Africana che, in una prima istanza, preconizzava la liberazione da ogni conflitto (“Silencing the guns”) entro il 2020, termine spostato fatalmente (e ancora una volta ambiziosamente) oggi al 2030 (Njoku, 2024 e Murithi, 2025). Quello sudanese è piuttosto un caso‑limite di ingerenza sistemica, ovvero l’esito di un sistema di incentivi esterni che premia la frammentazione, moltiplica intermediari armati e sostituisce riforme istituzionali con mediazioni procedurali. L’elemento sistemico consiste nel fatto che le principali catene logistiche e finanziarie del conflitto sono transnazionali e che gli stessi attori che dichiarano di mediare spesso contribuiscono – direttamente o indirettamente – alla riproduzione della guerra. Concordiamo con Duffield e Stockton nell’interpretare l’attuale crisi del Sudan come l’esito di un processo storico di lungo periodo in cui la violenza è divenuta un rapporto economico funzionale all’accumulazione estrattiva. Le spiegazioni centrate su cambiamento climatico, scarsità o fallimenti locali, ma anche smodati appetiti dei “signori della guerra” di turno, operano come dispositivi discorsivi che rimuovono la responsabilità delle politiche internazionali e delle infrastrutture di sviluppo che hanno sostenuto la produzione zootecnica militarizzata. La crisi contemporanea va quindi letta come risultato di un intreccio strutturale tra mercato globale, intervento umanitario e guerra permanente (Duffield e Stockton, 2024).
Esprimere delle raccomandazioni, realisticamente orientate a strumenti effettivamente praticabili nel contesto attuale è cosa ardua. Non si può che concordare con Bovo, quando asserisce che la pace richieda il taglio delle catene logistiche e finanziarie che alimentano gli attori paramilitari, una pressione coerente sugli sponsor regionali e una cornice di sicurezza regionale credibile rinunciando agli “accordi congelati” (Bovo, 23-27.12.2025). Assecondando questa logica, tre linee appaiono più concrete di appelli normativi generici. La prima consiglierebbe di disarticolare le catene logistiche (aviazione cargo, corridoi terrestri, nodi portuali) attraverso meccanismi di tracciamento, introducendo sanzioni mirate e incentivi economici che coinvolgano gli Stati di transito. La seconda sarebbe quella di rendere la diplomazia regionale credibile, riducendo pratiche scorrette e conflitti d’interesse tra i mediatori, ovvero separando le funzioni del facilitatore del processo di pace da quelle dell’attore che ha effettivi legami operativi con una delle parti in conflitto. Infine, la terza sarebbe quella di una comunità regionale che investa in un quadro regionale riformato, dato che l’IGAD, nelle condizioni attuali, è un organismo esausto e incapace di coordinare le governance.
In realtà, ne esiste anche una quarta, non del tutto peregrina, proposta da John Mukum Mbaku della Africa Growth Initiative, che vedrebbe un coinvolgimento diretto dell’Unione Africana, che sposti decisamente il baricentro delle scelte politiche della pacificazione in Africa (Mbaku, 2026).
Un conflitto alimentato da una guerra per procura multilivello non è arginabile da un mero cessate il fuoco, ma da seri interventi sulle infrastrutture della guerra (tra rendite, rotte commerciali, tecnologie e mercati della sicurezza) e sulle architetture istituzionali per prevenirne lo svuotamento che le rende vulnerabili alla competizione esterna e all’incessante riproduzione del conflitto.
Parole Chiave:
AFRICA
Africa subsahariana, Corno d’Africa, Sudan, Etiopia, Eritrea, IGAD, UE, Mar Rosso, Israele, accordi congelati, conflitto.
Fonti
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*insegna: Africa: storia, istituzioni e sfide globali (BA) e History and Politics of sub-Saharan Africa (MA) presso l’Università degli Studi di Milano.
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