Iraq 11 novembre 2025: elezioni che hanno “svelato” una democrazia

IRAQ 11 NOVEMBER 2025: ELECTIONS THAT “UNVEILED” A DEMOCRACY

Alì Hassan Alì Alhmood[i]

Le elezioni irachene dell’11 novembre 2025 hanno mostrato un sistema politico sorprendentemente competitivo pur in un contesto profondamente frammentato. L’aumento della partecipazione, la pluralità degli attori e la complessità delle dinamiche post-voto indicano un Paese che, nonostante le sue fragilità strutturali, utilizza il processo elettorale come principale strumento di legittimazione e cambiamento. Questo commento analizza il voto, le divisioni interne ai blocchi politici, il ruolo degli attori esterni e il difficile percorso verso la formazione di un nuovo governo in un quadro democratico ancora giovane, ma straordinariamente resistente.



Per vent’anni l’Iraq è stato osservato attraverso la lente monotona del settarismo. Caos, corruzione, milizie, fragilità istituzionale: concetti ripetuti fino alla nausea, tanto da oscurare i cambiamenti profondi che il Paese ha vissuto nel silenzio dei commentatori. Le elezioni dell’11 novembre 2025 hanno incrinato questa narrazione. Improvvisamente, l’Iraq non è più apparso come un problema irrisolvibile, ma come un sistema politico imperfetto, eppure sorprendentemente vivo.

L’affluenza al 56%, in crescita rispetto al minimo storico del 41% nel 2021, rappresenta un segnale di enorme rilevanza. Secondo il Bayan Center for Planning and Studies, un think tank iracheno con sede a Baghdad, quasi un terzo di chi aveva scelto l’astensionismo nel 2021 è tornato alle urne nel 2025. E lo ha fatto nonostante l’appello del movimento sadrista (al-Tayyar al-Sadri) a boicottare il voto. Il movimento, guidato da Moqtada al-Sadr, è una delle forze politiche più popolari dell’Iraq, radicata nelle classi popolari sciite e caratterizzata da una combinazione unica di nazionalismo iracheno, religiosità e populismo anti-élite. Nel 2022 si è ritirato dalla politica istituzionale e ha ordinato ai suoi 73 deputati di dimettersi, lasciando un vuoto mai riempito del tutto.
Moqtada al-Sadr, figlio di Mohammad Sadiq al-Sadr, l’ayatollah assassinato dal regime di Saddam Hussein nel 1999, appartiene a una delle dinastie religiose sciite più autorevoli e influenti dell’Iraq contemporaneo. La sua decisione di boicottare il voto del 2025 non è una fuga, ma un gesto calcolato: una forma di delegittimazione attiva del sistema, un tentativo di mostrare che la politica irachena è diventata incapace di correggere i propri errori. Analisti vicini al movimento ne parlano come di una “mossa democratica”, finalizzata a rimettere in discussione la muhasasa, a colpire il sistema dall’esterno, e a segnalare che il Paese necessita non di un’altra coalizione, ma di una riforma radicale. La forza dei sadristi sta nella disciplina: il loro è un elettorato ideologico, organizzato, che segue Moqtada Al-Sadr anche quando questi chiede di non votare.
E proprio questa assenza ha creato un paradosso nel campo sciita rivale. Il Coordination Framework (CF), la coalizione che riunisce la maggior parte dei partiti sciiti oggi al governo, temeva il ritorno di Moqtada: se si fosse presentato, avrebbe probabilmente guidato il campo sciita. Ora invece si teme la sua assenza: alcune circoscrizioni, soprattutto quella di Baghdad, potrebbero diventare seggi sunniti a scapito dei seggi sciiti. È il paradosso sadrista: se partecipa, condiziona; se non partecipa, distorce comunque gli equilibri.
Eppure, nonostante queste ombre, le urne hanno consegnato un quadro inequivocabile: la politica irachena è competitiva. Con 7.744 candidati, decine di partiti e coalizioni che si contendono oltre il 60% dei voti, l’Iraq si conferma come una delle arene politiche più pluraliste del Medio Oriente. La coalizione del premier uscente Mohammed Shia al-Sudani, Reconstruction and Development, si è imposta come prima forza con 46 seggi, seguita da State of Law (29), Taqaddum (27), Kurdistan Democratic Party (KDP) (26) e la Patriotic Union of Kurdistan (PUK) (15).
Il dato più significativo, però, riguarda il blocco sciita nel suo complesso. Il Coordination Framework (CF), che riunisce partiti con identità politiche diverse, alcuni fortemente filoiraniani altri più autonomi, controlla 116 seggi su 329. Non è una maggioranza assoluta, ma rappresenta il fulcro attorno a cui ruoterà la formazione del governo, poiché non governa il partito che ottiene più seggi, ma la coalizione che riesce a formarsi nel Parlamento post-elettorale. È un modello che richiede compromessi e mediazione tra le varie forze.
Nelle discussioni interne al blocco sciita circolano diversi nomi per la premiership, tra cui figure di peso come Nouri al-Maliki, Mohammed Shia al-Sudani, Asaad al-Aidani, Hamid al-Ghazi, Ali Shukri, Haider al-Abadi e Qasim al-Araji. Una lista eterogenea che riflette un blocco diviso, incapace di trovare una sintesi. Il CF ha dichiarato pubblicamente l’intenzione di “rispettare le tempistiche costituzionali”, ma dietro le dichiarazioni ufficiali persistono rivalità personali, divergenze strategiche e l’assenza di un’autorità unificante.
La frammentazione non riguarda soltanto il campo sciita. Nel Kurdistan, i due partiti storici, KDP e PUK, arrivano alle trattative post-elettorali più divisi che mai. L’assenza di un candidato unitario per la Presidenza della Repubblica ha paralizzato i negoziati, generando tensioni interne che indeboliscono la posizione negoziale curda. Come ha sottolineato l’esponente di lungo corso del KDP ed ex ministro degli Esteri iracheno Hoshyar Zebari: “l’unità curda è una condizione essenziale per partecipare al processo di formazione del governo”. Senza questa unità, KDP e PUK rischiano di giocare un ruolo marginale nella formazione del nuovo esecutivo.
Anche il campo sunnita attraversa una fase di profonda incertezza. La scelta del prossimo speaker parlamentare, tradizionalmente spettante ai sunniti, è complicata da rivalità interne e dall’assenza di un centro decisionale riconosciuto. Come segnalato da Dijlah TV, i nomi oggi più ricorrenti sono quelli di Mohammed al-Halbousi, Mutthanna al-Samarrai e Mahmoud al-Qaisi. Secondo il politologo iracheno Haider al-Majidi, esperto di dinamiche politiche interne, il problema non risiede nella molteplicità dei candidati, ma nell’assenza di un fronte sunnita coeso.
Questa tripla frammentazione – sciita, curda e sunnita – mette pesantemente alla prova la muhasasa ta’ifiyya, la prassi politica introdotta dopo il 2005 che assegna informalmente la presidenza ai curdi, la guida del Parlamento ai sunniti e il governo agli sciiti. Le recenti elezioni si svolgono inoltre in un anno simbolico: ricorrono vent’anni dall’avvio dell’ordine politico post-Saddam, segnato dalle elezioni multipartitiche e dalla progressiva costruzione del nuovo assetto istituzionale. Nonostante non sia prevista dalla Costituzione, la muhasasa ha garantito per anni un equilibrio minimo. Oggi, però, appare come un meccanismo usurato, inadatto a rappresentare un Paese più dinamico, più giovane e più esigente.
Il sistema elettorale, pur inclusivo, non è sufficiente a compensare questa complessità. Dei 329 seggi, distribuiti in 18 circoscrizioni, solo 9 sono riservati alle minoranze: cristiani (5), turcomanni (1), shabak (1), curdi fayli (1), yezidi (1) e il 25% è destinato alle donne: una percentuale che nessun altro Paese della regione garantisce. È un modello che valorizza la diversità, ma che convive con una realtà politica frammentata e con istituzioni che faticano a mediare tra interessi discordanti.
A complicare ulteriormente il quadro interviene un attore storico: la Marja‘iyya di Najaf. Per la prima volta da anni, la guida religiosa sciita ha dichiarato che non interverrà nella scelta del prossimo premier. Pur non avendo alcun ruolo formale previsto dalla Costituzione del 2005, la sua influenza morale è sempre stata significativa: la decisione di ritirarsi segna quindi un punto di svolta. Il sistema politico è lasciato completamente alle dinamiche dei partiti, senza l’arbitrato della massima autorità religiosa. È una prova di maturità, ma anche un rischio: togliere un elemento di stabilizzazione in un contesto così frammentato significa rendere il terreno più accidentato.
Sul piano internazionale, le pressioni non mancano. Gli Stati Uniti hanno posto condizioni implicite sulla futura coalizione di governo, in particolare sulla necessità di contenere il ruolo delle milizie e formare un esecutivo capace di relazioni bilanciate nella regione. Allo stesso tempo, attori regionali come Iran, Turchia e i Paesi del Golfo osservano con attenzione e cercano di interpretare la direzione del nuovo equilibrio di potere. Non si tratta di interferenza diretta, ma di un clima di aspettative e pressioni che contribuisce a rendere ancora più complesso il quadro negoziale.
Il risultato è un rallentamento evidente della fase post-elettorale: il CF non riesce a convergere su un nome, i partiti curdi restano senza un candidato condiviso alla presidenza e i sunniti sono divisi sullo speaker parlamentare. Il rischio di un ritardo significativo nella formazione del governo ha spinto il Consiglio Superiore della Magistratura a richiamare i partiti al rispetto delle scadenze costituzionali, avvertendo che il superamento dei termini rappresenta una minaccia per la stabilità dello Stato. Come riportato da Shafaq News, il Consiglio ha sollecitato l’avvio rapido delle negoziazioni per evitare un vuoto istituzionale.
Eppure, nonostante tutto questo, l’Iraq rimane una delle poche democrazie funzionanti del Medio Oriente. Non una democrazia nel senso minimalista del termine, ma un sistema competitivo, con un pluralismo reale, alternanza possibile e una società sempre più consapevole del proprio ruolo. È una democrazia faticosa, lenta, piena di ostacoli, ma autentica. La sua forza non sta nella stabilità, che spesso manca, ma nella capacità di far vivere il conflitto politico dentro le istituzioni che, pur fragili, resistono.
Il nodo centrale resta quello della sovranità incompiuta. Dal 2003, oltre il 90% delle entrate statali, quasi interamente petrolifere, passa attraverso meccanismi finanziari monitorati da istituzioni statunitensi. È l’eredità del Development Fund for Iraq, pensato come misura temporanea e diventato invece uno strumento di pressione politica. Per molti iracheni, questo è il freno che impedisce al Paese di tornare ciò che storicamente è stato: un attore centrale, la “Germania del Medio Oriente”, dotato di una posizione strategica, risorse abbondanti, capacità culturali e demografiche uniche.
La generazione che oggi vota non ha memoria della dittatura, ma conosce la libertà di scelta. Non chiede ritorni al passato, ma un futuro. E il fatto stesso che milioni di iracheni abbiano scelto di tornare alle urne, nonostante la disillusione, la frammentazione e la pressione delle élite politiche, è la dimostrazione più chiara che il voto in Iraq ha ancora senso. È un atto politico, un atto sociale, un atto di rifiuto della narrativa che vuole l’Iraq condannato all’instabilità.
L’Iraq non è il suo passato, e non è nemmeno la caricatura di instabilità che spesso gli si attribuisce. È un Paese in trasformazione, attraversato da tensioni reali ma dotato di un pluralismo politico che non ha equivalenti nella regione. Una democrazia imperfetta, ma viva. E nel Medio Oriente di oggi, questo è già di per sé un fatto straordinario.
 
 
 
 
Bibliografia
Bayan Center for Planning and Studies, Electoral Behavior in Iraq 2021–2025, Baghdad, 2025.
IHEC (Iraq Independent High Electoral Commission), Electoral Reports 2025, Baghdad, 2025.
ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Iraq’s 2025 Elections: Domestic Distrust Amidst Regional Interference, Milano, 2025.
International Crisis Group, Iraq’s Post-Election Negotiations, 2025.
Fanar Haddad, Understanding Iraq’s Shia Politics, Middle East Institute, 2024.
Al-Arabi al-Jadeed, La formazione del governo iracheno affronta una crisi di consenso: divisioni all’interno delle forze politiche, dicembre 2025.
 Asharq al-Awsat, Divisione attorno a al-Sadr, il “presente assente” delle elezioni irachene.
Competizione sunnita-sciita sui voti del “movimento boicottante”, novembre 2025.
 Shafaq News, Iraq Judicial Council demands swift government formation, 2025.


[i] Studente magistrale in Scienze Politiche e di Governo, Curriculum Geopolitica e Legalità, Università degli Studi di Milano

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