La Fortezza Ungheria.Il lungo regime di Orbán

di Cristina Carpinelli – CeSPI (Centro Studi Problemi Internazionali)

Attraverso il controllo esercitato dal suo partito, Fidesz, Viktor Orbán ha progressivamente costruito in Ungheria una forma di “nazionalismo economico”, che si manifesta nella gestione degli appalti pubblici, nei processi di privatizzazione delle terre e nell’espansione dell’azionariato statale in settori strategici. Questo assetto ha ampliato in modo significativo il potere discrezionale del partito al governo. L’istituzione, nel 2013, di tribunali amministrativi e del lavoro competenti per controversie in materia di appalti, fiscalità, elezioni e decisioni degli enti locali ha ulteriormente consolidato tale controllo, inserendo la risoluzione delle dispute economiche e politiche in un circuito istituzionale vicino all’esecutivo.

Questo processo ha condotto a una politicizzazione dell’economia ungherese che ha favorito la formazione di una “oligarchia di Stato”: non un’oligarchia spontanea o di mercato, ma un’élite economica la cui ascesa dipende dalla vicinanza al partito. In questo sistema, è stato Fidesz a determinare chi può diventare imprenditore dominante in un determinato settore e chi può beneficiare di privilegi regolatori, fiscali o contrattuali. Fidesz non è dunque un partito nel senso classico, ma un meccanismo di allocazione economica. Decide chi può arricchirsi, quali settori economici devono essere “nazionalizzati” o “ricolonizzati”, quali imprese straniere possono restare e quali devono essere estromesse dal mercato ungherese. Il partito determina l’architettura economica del paese. Si è così consolidata un’“economia semi‑corporativa”, nella quale la distinzione tra interessi pubblici, di partito e privati si è gradualmente dissolta.

Il modello ungherese trascende la logica dell’intervento statale tradizionale nell’economia, poiché si caratterizza come la costruzione di un “sistema politico‑economico integrato”, in cui il partito governa l’allocazione delle risorse, gli attori economici dipendono dalla lealtà politica, le istituzioni giudiziarie e amministrative rafforzano il controllo centrale, l’economia assume tratti corporativi. È un sistema che combina centralizzazione politica, selettività economica e legittimazione nazionalista, producendo una forma peculiare di capitalismo autoritario[1].

La filosofa ungherese, Ágnes Heller, nel suo libro Orbanismo[2] interpreta questa dinamica come una forma di “redistribuzione al rovescio”. Ciò che si è verificato in Ungheria sotto i governi di Viktor Orbán non è stata una redistribuzione delle risorse dai gruppi più forti a quelli più deboli, ma un processo inverso, in cui chi detiene il potere politico assegna profitti, proprietà e posizioni privilegiate a un’élite economica selezionata e garantita da Fidesz. Attraverso la struttura di questo partito, Orbán ha deciso chi può accedere a risorse, appalti, terre, concessioni o protezioni normative. Heller paragona questo meccanismo al potere del sovrano premoderno, che distribuiva terre, titoli e castelli ai nobili fedeli, confiscandoli a chi tradiva la sua lealtà. La logica è la stessa: la ricchezza non deriva dall’autonomia economica, ma dalla fedeltà politica. Gli oligarchi ungheresi non emergono dal mercato, ma dal favore del governo. La loro ricchezza proviene da appalti pubblici assegnati in modo discrezionale, dipende dalla continuità del potere di Fidesz, e può essere revocata se l’oligarca perde la fiducia del leader politico. È un’oligarchia non autonoma, ma funzionale al potere politico. L’analogia con il re medievale non è retorica. Heller vede in Orbán un leader che ricostruisce un sistema di fedeltà personali, in cui la ricchezza è concessa dall’alto, la lealtà è premiata, il dissenso è punito economicamente prima ancora che politicamente. È una forma di “neo‑patrimonialismo”, in cui lo Stato è trattato come una proprietà privata da distribuire. È un modello che combina elementi di neo‑feudalesimo, capitalismo politico e nazionalismo identitario, e che trasforma la redistribuzione in uno strumento di potere. La “redistribuzione al rovescio” ha tuttavia effetti profondi: indebolisce la classe media indipendente, scoraggia l’imprenditorialità non allineata, riduce lo spazio della società civile, crea dipendenza economica dal potere politico. Per Heller, questo è il cuore della deriva autoritaria, della regressione dalla democrazia alla tirannia elettorale del regime di Orbán.

L’ascesa di Orbán si inserisce in una traiettoria storica caratterizzata da due transizioni radicali: dalla “dittatura comunista alla democrazia liberale”, negli anni Novanta; dalla “democrazia liberale a una forma di autocrazia elettorale”, negli anni Duemila, in cui le istituzioni democratiche sopravvivono formalmente ma vengono svuotate dall’interno. La seconda transizione – dalla democrazia alla autocrazia elettorale – non ha avuto luogo attraverso un colpo di Stato, ma tramite la riscrittura della Costituzione, il controllo dei media, la subordinazione della magistratura, la creazione di un sistema elettorale che favorisce il partito dominante. L’autocrazia non è aperta, ma “strisciante”, costruita attraverso la normalizzazione del potere personale.

Il progetto politico portato avanti da Viktor Orbán non si è limitato alla trasformazione delle istituzioni, ma comprende un ambizioso programma culturale di impronta dichiaratamente antiliberale. Nella sua visione, la “democrazia illiberale” non è infatti soltanto un modello di governo, ma un progetto di sovranità culturale volto a ridefinire i parametri identitari, educativi e simbolici della nazione. In questo quadro si collocano la chiusura della Central European University (CEU), le pressioni sull’Accademia delle Scienze e la riorganizzazione delle istituzioni culturali e universitarie. Interventi che mirano a ridimensionare l’influenza della cultura liberale postcomunista, percepita come un’imitazione acritica dei modelli occidentali. Orbán ha applicato in modo sistematico ciò che Antonio Gramsci definiva la conquista delle “casematte” della società civile: ha accompagnato l’espansione del potere politico con una progressiva occupazione degli spazi culturali – dall’istruzione ai media, dalla ricerca alle arti, fino alla gestione della memoria storica. L’obiettivo era costruire un nuovo orizzonte culturale nazionale alternativo ai paradigmi liberali e cosmopoliti che avevano dominato la transizione post‑1989. Il progetto culturale promosso dal governo ungherese combina democrazia illiberale con sovranità culturale, rifiuto della tradizione liberale postcomunista, occupazione sistematica delle istituzioni culturali, ristrutturazione dell’educazione e della ricerca, controllo della memoria storica, costruzione di un nuovo canone identitario nazionale. È un progetto che non si limita a governare il presente, ma mira a ridefinire il futuro culturale della nazione, intervenendo sulle strutture profonde della società civile.

Un po’ di storia

La lunga stagione di riforme che, dapprima sul piano economico e poi su quello politico, aveva preparato il collasso del regime comunista ungherese, era sfociata in una transizione pacifica e negoziata. Questo processo, sostenuto da un ampio consenso sociale e da un’élite politica aperta al cambiamento, aveva permesso al paese di consolidare in tempi rapidi una democrazia funzionante, seppure imperfetta, poiché segnata da una commistione pubblico-privato dovuta alla debole regolazione istituzionale post-1989.

Dal 2010, tuttavia, questo equilibrio aveva cominciato a incrinarsi, avviando un processo di trasformazione sempre più profondo. In quell’anno, Viktor Orbán e Fidesz introducevano il “Sistema di Cooperazione Nazionale” (Nemzeti Együttműködés Rendszere, NER), la denominazione ufficiale del nuovo assetto politico‑istituzionale che intendevano costruire dopo la vittoria elettorale. Il NER costituiva la cornice ideologica e giuridica del progetto orbániano fondato sulla cooperazione tra Stato, economia e società, posta sotto la regia del partito. Quest’ultimo intraprendeva un’occupazione sistematica degli apparati statali, riconducibile a forme di neo‑patrimonialismo. Lo Stato veniva passo dopo passo trasformato in una risorsa da distribuire secondo criteri di fedeltà politica. Nel giro di pochi anni, la “democrazia patronale della transizione”[3] – caratterizzata da reti clientelari[4] e da una debole separazione tra sfera pubblica e privata – veniva rimodellata in una “autocrazia competitiva” che conservava le procedure elettorali ma svuotava di sostanza i contrappesi istituzionali. È ciò che diversi studiosi avevano definito con il termine predatory state, uno “Stato pigliatutto”, in cui il potere politico utilizza le istituzioni per concentrare risorse, neutralizzare i rivali e consolidare un’élite economica dipendente dal governo[5].

Dal 2018, con la terza maggioranza qualificata consecutiva ottenuta in elezioni condizionate da pressioni amministrative, uso strumentale delle risorse pubbliche e irregolarità procedurali, il processo di radicalizzazione del sistema subiva un’ulteriore accelerazione. La combinazione di controllo mediatico, riforme costituzionali mirate, e centralizzazione amministrativa, aveva reso il regime sempre più impermeabile alla competizione politica e sempre più dipendente dalla figura del leader e dalla rete di fedeltà che lo circondava. In questi ultimi anni, la radicalizzazione del sistema orbániano si è manifestata attraverso una pluralità di misure: un più marcato accentramento del potere, un controllo quasi totale dei media, riduzione dello spazio d’azione degli enti locali, nuove restrizioni alle Ong, uso politico delle emergenze (ricorso prolungato ai poteri straordinari introdotti durante la pandemia per governare per decreto), ampliamento del potere economico (espansione degli asset controllati da fondazioni vicine al governo – le kekva, con trasferimenti patrimoniali permanenti), politicizzazione della magistratura (ritorno del progetto di corte amministrativa nel 2021 e riforme giudiziarie del 2023-2024, che hanno lasciato intatto il controllo politico sulle nomine e sulle istituzioni chiave), infine, riposizionamento geopolitico più assertivo (crescente distanza dalle linee euro‑atlantiche e avvicinamento a Russia e Cina), consolidando un modello illiberale sempre più chiuso e verticale.

Il percorso ungherese poteva essere letto come una parabola articolata in tre fasi: “transizione negoziata” e costruzione di una democrazia liberale funzionante; “erosione graduale delle istituzioni” e consolidamento di un sistema di patronato politico‑economico; “stabilizzazione di un regime autocratico elettorale”, fondato sul controllo delle risorse statali, sulla fedeltà politica e sulla concentrazione del potere.

Tracce del passato

Per alcuni studiosi, l’Ungheria degli anni Duemila può essere compresa come il luogo in cui è riemersa, a posteriori, la cultura politica paternalistica e autoritaria formatasi durante il lungo regime di János Kádár. Quella cultura – fatta di adattamento, ricerca di sicurezza, scambio tra lealtà politica e protezione materiale – non era scomparsa con il 1989, ma era rimasta sedimentata nella mentalità collettiva. Una società che per decenni si era identificata con Kádár, pur senza provare per quest’ultimo un’autentica simpatia, aveva interiorizzato un modello di rapporto con il potere fondato su stabilità, tutela economica e bassa conflittualità.

Questa forma mentis, rimasta latente durante la fase iniziale della democrazia liberale, è riemersa con forza quando il sistema democratico ha iniziato a mostrare i suoi limiti strutturali. La crisi della democrazia ungherese – già in incubazione all’inizio del nuovo Millennio, ma ampiamente sottovalutata – ha aperto lo spazio per il ritorno di un immaginario politico che privilegiava l’autorità, l’ordine e la protezione statale rispetto al pluralismo e alla competizione politica.

La parabola ungherese degli anni Duemila si configura come l’esito di un intreccio complesso tra la crisi strutturale della democrazia liberale, una cultura politica paternalistica radicata nel passato kádáriano, una leadership in grado di riattivare orientamenti presenti nella cultura politica nazionale formatisi nel tardo socialismo e sopravvissuti alla transizione, un contesto socio‑economico attraversato da forti disuguaglianze e disillusione[6].

Non si trattava di un ritorno al comunismo, ma della riemersione di un habitus collettivo che privilegiava stabilità, protezione e autorità, e che aveva appunto trovato nel nuovo Millennio un terreno favorevole per trasformarsi in un modello politico illiberale.

La forma mentis kádáriana riemergeva prepotentemente con la crisi liberale. Il kádárismo aveva creato a suo tempo un patto sociale stabile e comprensibile. Per decenni, il regime di János Kádár aveva funzionato sulla base di un patto implicito: lealtà politica in cambio di sicurezza materiale, poca libertà politica ma stabilità, welfare minimo garantito, basso conflitto sociale, autorità percepita come prevedibile e non eccessivamente repressiva. Questo modello aveva prodotto una cultura politica orientata a evitare il conflitto, privilegiare la stabilità, diffidare dei cambiamenti rapidi, aspettarsi protezione dall’alto. Tali propensioni non erano scomparse nel 1989, erano rimaste latenti, pronte a riattivarsi quando il contesto lo avesse consentito.

La democrazia liberale post‑1989 non aveva soddisfatto le aspettative sociali. La transizione ungherese era stata rapida, ma anche economicamente traumatica, socialmente diseguale, politicamente percepita come elitaria. Molti cittadini avevano vissuto sulla propria pelle privatizzazioni opache, perdita di sicurezza economica, corruzione diffusa, percezione di una classe dirigente distante. La democrazia liberale non aveva prodotto quelle garanzie materiali che molti si aspettavano. In questo vuoto, la mentalità paternalistica aveva trovato terreno fertile.

La crisi del 2006-2010 delegittimava definitivamente il modello liberale. Gli scandali politici, la crisi economica e finanziaria globale e il crollo di fiducia nei partiti tradizionali avevano creato disillusione, sfiducia nelle istituzioni, desiderio di un’autorità forte e “risolutiva”, cui affidarsi. È in questo contesto che la cultura kádáriana – imbevuta di ordine, protezione, autorità, stabilità – emergeva come risposta psicologica e politica alla percezione di caos e di anomia.

Il kádárismo aveva depoliticizzato la società. Il regime comunista aveva abituato i cittadini a non partecipare attivamente alla vita politica, a delegare le decisioni allo Stato, e a considerare la politica come un ambito distante e potenzialmente pericoloso. Quando la democrazia liberale post-comunista aveva chiesto partecipazione, responsabilità civica, pluralismo, molti ungheresi si trovarono culturalmente impreparati. Per questa ragione, la crisi aveva riattivato la preferenza per un modello verticale, non partecipativo. Orbán aveva saputo mobilitare abilmente questa eredità mentale e culturale.  Il discorso politico che prometteva protezione, ordine, identità nazionale forte, sicurezza economica, e un leader che “si prendeva cura del popolo”, risuonavano profondamente con la memoria del kádárismo.

Non perché Orbán – come è stato detto – riproducesse il comunismo, ma perché aveva attivato lo stesso bisogno di stabilità e protezione che quel sistema aveva a lungo coltivato. La forma mentis kádáriana era ricomparsa perché era ancora profondamente radicata nella società e il nuovo discorso politico aveva saputo mobilitare quella predisposizione. Non era insomma un ritorno al passato, ma la riproposizione di un repertorio mentale e culturale in latenza che offriva risposte semplici e immediate a un contesto percepito come instabile e privo di futuro[7].

Nelle aree rurali il fenomeno era emerso con maggiore evidenza. Nell’Ungheria rurale – piccoli centri, regioni agricole, aree depresse – la cultura kádáriana aveva trovato un terreno particolarmente ricettivo perché il kádárismo garantiva sicurezza materiale minima e stabilità. La transizione post‑1989 aveva colpito duramente queste zone (disoccupazione, chiusura delle industrie locali, impoverimento). Nell’Ungheria profonda la democrazia liberale era apparsa come un’esperienza circoscritta alla dimensione urbana di “Budapest”. La dipendenza economica dallo Stato era più integrata nel tessuto sociale, i media governativi avevano una penetrazione molto più alta rispetto alle città. In queste aree, la promessa di protezione, ordine, continuità aveva toccato corde profonde. Ma il processo non era stato solo rurale. Era stato anche urbano, soprattutto presso le classi popolari. Gli studi sociologici come quelli di Elemér Hankiss, Zsuzsa Ferge, Iván Szelényi e altri mostrano che anche nelle città, in particolare nelle periferie e tra i ceti popolari, la cultura politica paternalistica non era affatto scomparsa, la transizione liberale aveva prodotto vincitori e perdenti, e molti dei “perdenti urbani” avevano reagito con la stessa logica di protezione e stabilità[8]. La crisi del 2006-2010 aveva colpito duramente anche le città medie, alimentando sfiducia verso le élite liberali. Il fenomeno non era esclusivamente rurale, ma trasversale ai ceti sociali più vulnerabili, indipendentemente dal luogo[9]. Certamente, la resistenza al ritorno di un modello paternalistico era stata più forte in alcuni distretti urbani istruiti, nelle città universitarie (Szeged, Pécs, Debrecen in parte), tra le élite cosmopolite, professionali, accademiche, tra i giovani con istruzione superiore. Qui la cultura politica post‑1989 era più radicata, più europea, più orientata alla responsabilità individuale.

Il voto rurale era stato decisivo per la stabilità del sistema. L’Ungheria rurale era stata il terreno più propizio per la riemersione della mentalità paternalistica. Le aree rurali avevano dato a Fidesz margini enormi di consenso, spesso superiori al 60-70%. La comunicazione governativa era stata più efficace nelle zone rimaste ai margini della modernizzazione post‑1989, laddove la varietà di opinioni, identità, media e attori politici era più limitata. Nelle campagne, la televisione pubblica e i media filo‑governativi erano spesso l’unica fonte informativa. La struttura sociale rurale era, inoltre, più gerarchica, e quindi maggiormente predisposta a modelli di autorità verticale. Ma la radice culturale era di natura trasversale, soprattutto tra i ceti popolari e le generazioni più anziane. La forma mentis kádáriana non era un fenomeno geografico, ma generazionale e culturale, riguardava chi aveva vissuto il kádárismo come sistema di sicurezza, riguardava chi aveva subito la transizione come perdita, riguardava chi aveva percepito la democrazia liberale come fonte d’instabilità, conflittualità, incertezza. Questi gruppi sociali si trovavano sia nelle campagne sia nelle città.

Perché Orbán ha perso le elezioni politiche del 2026?

Gli studiosi che hanno analizzato il voto politico del 2026 individuano una combinazione di fattori politici, economici e sociali che hanno eroso il consenso del governo, tentacolare nella sua capacità di estendersi ovunque:

  1. L’“esaurimento del modello economico”: alcuni analisti hanno osservato che il modello ungherese basato su redistribuzione selettiva, oligarchi fedeli, investimenti pubblici concentrati, dipendenza dai fondi europei, ha iniziato a mostrare limiti strutturali. Tra i fattori citati compaiono: rallentamento economico, inflazione elevata, stagnazione dei salari reali, crisi del forint, riduzione o sospensione di fondi UE per questioni legate allo stato di diritto. Quando il “patto” tra governo e società si basa esclusivamente sulla “stabilità economica”, una crisi economica può diventare un detonatore politico[10].
  2. La “stanchezza sociale dopo molti anni di governo”: gli studiosi parlano spesso di “fatica del materiale” (material fatigue): dopo più di un decennio di governo, anche sistemi molto centralizzati iniziano a logorarsi; le reti clientelari diventano più costose da mantenere; la popolazione percepisce stagnazione, mancanza di ricambio, immobilismo. La lunga durata al potere può mutare da risorsa a vulnerabilità[11].
  3. La “ricomposizione dell’opposizione”: una parte della letteratura politologica sottolinea che negli ultimi anni l’opposizione ha trovato maggiore coordinamento, candidati più credibili, un messaggio più unificato, una strategia più efficace nelle aree urbane e tra i giovani. La frammentazione dell’opposizione è stata per anni un vantaggio strutturale per il governo, quando si riduce, il sistema politico diventa più competitivo[12].
  4. La “mobilitazione dei giovani e delle aree urbane”: le analisi sociologiche mostrano che i giovani urbani, i professionisti, i laureati, gli elettori con esperienze internazionali, sono stati decisivi nel 2026. Questi gruppi erano già critici verso il modello illiberale, e nel 2026 hanno votato in percentuali più alte e in modo più compatto[13].
  5. La “crisi del sistema mediatico controllato”: diversi osservatori hanno notato che la comunicazione governativa, molto efficace nelle aree rurali, ha iniziato a perdere presa nelle città, grazie alla presenza di “isole di informazione libera[14], e dove la popolazione è più istruita e più esposta ai media internazionali. La “bolla informativa” non è stata sufficiente a mantenere un consenso uniforme[15].
  6. La “perdita di consenso in segmenti chiave della società”: alcuni gruppi sociali che erano stati tradizionalmente vicini al governo si sono gradualmente distanziati. Piccoli imprenditori colpiti dalla crisi; agricoltori penalizzati dalle trasformazioni istituzionali e distributive proprie dell’era Orbán, in cui la concentrazione della proprietà fondiaria, la canalizzazione selettiva dei fondi europei e la costruzione di reti di dipendenza politica hanno amplificato la vulnerabilità dei produttori meno integrati nei circuiti di potere; famiglie che hanno visto diminuire il potere d’acquisto; lavoratori del settore pubblico con salari formalmente in crescita, ma tra i più bassi dell’UE e che crescono meno rispetto ad altri comparti. Le fonti disponibili mostrano aumenti nominali, ma inseriti in un contesto di salari storicamente bassi e di forte erosione dovuta all’inflazione. Quando il consenso è costruito su una base ampia, anche micro-defezioni in segmenti diversi della società possono produrre un effetto cumulativo[16].
  7. La “logica dei regimi ibridi”: sembrano stabili, ma sono fragili. La letteratura sui regimi ibridi (Levitsky & Way, Schedler, Bunce, Bozóki) sostiene che questi sistemi sono forti finché riescono a distribuire risorse; quando le risorse diminuiscono, la loro stabilità si incrina rapidamente. La competizione elettorale, pur distorta, può produrre sorprese; la legittimità si erode più velocemente che nelle democrazie consolidate. In altre parole, la forza del sistema è anche la sua fragilità.

La sconfitta del 2026 è stata resa possibile da crisi economica e perdita di certezze materiali, logoramento dopo molti anni di governo, opposizione più coordinata, mobilitazione urbana e giovanile, erosione dell’efficacia del controllo mediatico, perdita di consenso in gruppi sociali chiave, fragilità intrinseca dei regimi ibridi tesi generalmente a sviluppare strategie populiste  – presentandosi come gli unici interpreti del “popolo vero” contrapposto a élite politiche, culturali o internazionali, ridefinite di volta in volta[17], e comportamenti opportunistici – adattando le istituzioni secondo convenienza, oscillando tra aperture e chiusure in base al contesto internazionale, negoziando con attori esterni, UE, investitori, potenze regionali, in modo tattico, non coerente. I regimi ibridi vivono in una zona grigia, dove la flessibilità (o atteggiamenti ondivaghi) diventa una risorsa. Il populismo fornisce la narrazione, l’opportunismo la pratica di governo.

La convergenza di più fattori ha reso possibile ciò che sembrava improbabile. Ma per sconfiggere un sistema così pervasivo è servita una “coalizione insolitamente ampia”, che riuniva forze socialiste, liberali, ecologiste e persino segmenti della destra conservatrice, e un leader “di sistema”. Un leader “di sistema” è più rassicurante per chi teme instabilità o ritorsioni. L’unica strategia efficace e vincente era quella di unire forze molto diverse, presentare un candidato unico, evitare dispersione di voti.

I regimi ibridi non cadono dall’esterno, ma dall’interno del sistema. La letteratura comparata (Levitsky & Way, Schedler, Bunce, Bozóki) mostra che i regimi illiberali con elezioni competitive non vengono rovesciati da outsider puri, ma da figure che hanno una certa legittimità interna, che conoscono molto bene il funzionamento del sistema, e che possono rassicurare segmenti dell’elettorato e delle élite. In altre parole, solo qualcuno percepito come “compatibile può rompere dall’interno un sistema chiuso”.

La coalizione ha rappresentato un “ombrello” per gruppi sociali diversi. La forza della coalizione non è stata l’unità ideologica, ma la capacità di offrire un contenitore comune, permettere a gruppi diversi di proiettare le proprie aspettative, aggregare voti che altrimenti sarebbero rimasti dispersi. In un sistema fortemente sbilanciato, solo una coalizione trasversale avrebbe potuto raggiungere la massa critica necessaria.

I fattori sopra citati (1-7) hanno creato una domanda di cambiamento, ma non una domanda di rottura radicale. Anche la posizione filo‑europea del candidato dell’opposizione ha contribuito alla sconfitta di Orbán. La strategia comunicativa che presentava Zelens’kyi come una minaccia e suggeriva che un eventuale orientamento filo‑europeo dell’opposizione avrebbe esposto il paese ai rischi provenienti dalla Russia non ha prodotto gli effetti sperati. L’orientamento filo-europeo è stato tuttavia solo uno dei fattori che hanno reso possibile la vittoria di una coalizione ampia e trasversale.

Resta aperto l’interrogativo sulla capacità della nuova leadership di incidere realmente su un assetto di potere consolidato durante gli anni di Orbán.

La vittoria elettorale è solo l’inizio di un processo molto lungo, complesso e spesso conflittuale. Smantellare un sistema così ramificato è un lavoro enorme. Gli studiosi parlano di “entrenchment”: un sistema illiberale non si limita a governare, ma riempie lo Stato di persone fedeli, spesso con mandati lunghi, contratti vincolati, posizioni difficili da rimuovere, istituzioni riformate per essere impermeabili al ricambio. Questo vale per magistratura, media pubblici, autorità indipendenti, università, fondazioni culturali, amministrazione centrale, aziende pubbliche, procure, banche controllate dallo Stato, ecc.

Molte di queste posizioni sono state “blindate” proprio per resistere a un eventuale cambio politico. Un leader “di sistema” è stato necessario anche per questo. Rassicura le élite amministrative, evita fughe in avanti o resistenze interne, può negoziare con segmenti dell’apparato, può garantire continuità amministrativa. Gli outsider radicali, in questi contesti, rischiano di provocare resistenze interne fortissime, fino alla paralisi. Nessun paese passato da un regime illiberale a un governo democratico ha potuto “ripulire tutto” in pochi mesi. Sono necessarie riforme delle procedure di nomina, trasparenza nei concorsi, rotazione degli incarichi, ricostruzione delle istituzioni (rafforzamento dei controlli, ripristino dell’indipendenza dei media pubblici, riforma delle autorità indipendenti), neutralizzazione delle reti di potere (audit, revisione dei contratti, riforme legislative mirate), ricostruzione della fiducia pubblica (trasparenza, comunicazione istituzionale, coinvolgimento della società civile), ecc. È un lavoro di anni, non di mesi. Il vero nodo è l’apparato amministrativo. Una parte dell’amministrazione è fedele al governo uscente, una parte è semplicemente opportunista, una parte è professionale e neutrale. Il nuovo governo deve evitare epurazioni di massa (che sarebbero illegali e controproducenti), ma anche evitare di essere ostaggio dell’apparato. Serve una strategia chirurgica, non punitiva. La transizione si svolgerà in un contesto ancora segnato da reti attive di patronato, da media in parte influenzati dall’assetto precedente e da una quota di popolazione timorosa di uno strappo troppo brusco. In questo scenario, il nuovo governo dovrà evitare di alimentare la polarizzazione della società per non irrigidire le resistenze già presenti. È un lavoro gigantesco, privo di esiti certi o immediati. Richiede – come già sottolineato – tempo, legittimità politica ampia, riforme istituzionali intelligenti, ricostruzione della fiducia, cooperazione con l’UE e le istituzioni internazionali, capacità di negoziare con parti dell’apparato, evitando vendette ed epurazioni generalizzate, senza tuttavia rinunciare a una forma di giustizia transizionale in grado di rimuovere le incrostazioni del sistema e renderne possibile il passaggio a una nuova fase.

 La vittoria elettorale è stata il primo passo. Il secondo è ricostruire lo Stato. Il terzo è ricostruire la cultura politica. È un nodo analitico molto importante. Inoltre, la sconfitta elettorale di un leader non implica automaticamente la sconfitta del suo paradigma politico. In molti casi, soprattutto nei regimi ibridi o post‑illiberali, il nuovo leader può rappresentare una discontinuità sul piano istituzionale, ma una continuità su alcuni temi identitari, come ad esempio la questione migratoria. La continuità su alcuni temi è tipica delle transizioni post‑illiberali. Le ricerche comparate mostrano che quando un sistema illiberale viene sostituito attraverso elezioni competitive, il nuovo governo tende a modificare le regole del gioco, ma non necessariamente a cambiare tutti i contenuti politici del governo precedente. Questo accade perché alcuni temi – come sicurezza, migrazione, identità nazionale – sono diventati consenso trasversale nella società, non solo patrimonio del governo uscente. Il tema migratorio in Ungheria è diventato un asse identitario condiviso. La narrazione sulla protezione dei confini, la centralità della sicurezza, la diffidenza verso l’immigrazione irregolare, sono diventati elementi ampiamente radicati nell’opinione pubblica ungherese, non solo tra gli elettori del governo uscente. Questo significa che un leader dell’opposizione, anche se più filo‑europeo, non può ignorare questo orientamento. Un leader “di destra moderata” tende a mantenere alcune continuità. Il fatto che il nuovo leader sia descritto come appartenente a un’area conservatrice o di destra implica che su temi come migrazione, ordine pubblico, identità nazionale, la sua posizione non sarà radicalmente opposta a quella del governo precedente. La discontinuità riguarderà lo stile di governo, il rapporto con le istituzioni, la collocazione internazionale, non necessariamente l’intero pacchetto di politiche. La coalizione che lo sostiene è eterogenea. Una coalizione ampia può vincere le elezioni, ma non può permettersi di essere divisa su temi sensibili, deve trovare un minimo comune denominatore. La migrazione è uno di quei temi su cui la coalizione deve evitare fratture interne. La continuità può essere anche una strategia di legittimazione. Questo non significa affatto continuità totale, ma continuità selettiva. La vera discontinuità è istituzionale, non necessariamente tematica. Gli studiosi distinguono tra “discontinuità istituzionale” (ricostruzione dello stato di diritto, indipendenza dei media, riforma delle nomine, trasparenza amministrativa) e “discontinuità politica” (cambiamento delle politiche pubbliche). Nelle transizioni post‑illiberali, la prima è prioritaria. La seconda è graduale e mirata.

È verosimile che la transizione non assuma la forma di un cambio di paradigma, ma piuttosto quella di una ricalibratura del sistema, il cui esito resta, per ora, indeterminato. Proprio per questo proclamare sin d’ora una vittoria certa del cambiamento significherebbe rinunciare alla necessaria cautela. Per quanto l’auspicio sia forte, occorre mantenere misura e realismo.

Quale scenario potrebbe delinearsi qualora Péter Magyar si rivelasse incapace di trasformare l’attuale assetto di potere?

Potrebbe emergere una fase di stallo prolungato, caratterizzata da istituzioni che cambiano solo in superficie, reti di potere ereditate che continuano a funzionare, media e amministrazioni pubbliche ancora influenzati dagli assetti precedenti, un’opinione pubblica divisa e disillusa. Oppure una riconfigurazione del sistema senza rottura. Il sistema politico si adatta, assorbendo parte della nuova leadership senza modificare i suoi meccanismi profondi. In questo caso, alcune riforme simboliche saranno introdotte, ma la struttura di potere rimarrà sostanzialmente intatta, gli attori dominanti troveranno nuovi equilibri con il governo. È ciò che alcuni studiosi chiamano “autoritarismo adattivo” o “ibridazione persistente”[18]. Sono da escludere soluzioni di tipo radicale (rivoluzionario). Infine, in un sistema fortemente sbilanciato verso destra, dove la sinistra non ha nemmeno superato il quorum per entrare in parlamento, come spesso accade nei paesi dell’Europa centro‑orientale, le forze della destra radicale (Mi Hazánk – Movimento Nostra Patria) potrebbero essere spinte a un riposizionamento. Non per mutare totalmente identità, ma per acquisire rilevanza, credibilità e fiducia in un contesto politico mutato. È quanto si è verificato in passato con il partito Jobbik.

[1] P.Y. Hénin, A. Insel, Hungary’s U-turn in Kornai’s system paradigm perspective: a case for national authoritarian capitalism, in Public Choise, vol. 187, 2021, pp. 235-245.

[2] Castelvecchi editore, Roma 2019.

[3] Una democrazia solo nelle forme. Sostanzialmente un sistema di potere personalistico, clientelare e illiberale, costruito sfruttando le fragilità della transizione post-comunista e consolidato attraverso la distribuzione politica delle risorse. Ved. H.E. Hale, Patronal Politics: Eurasian Regime Dynamics in Comparative Perspective, in East/West Journal of Ukrainian Studies, vol. 3, no. 2, 2016, pp. 209-211.

[4] Le reti di patronato si consolidano nella transizione, quando vecchie élite e nuovi attori economici si intrecciano.

[5] A. Bozoki, Broken Democracy, Predatory State, and Nationalist Populism, in P. Krasztev and J. Van Til eds., The Hungarian Patient: Social Opposition to an Illiberal Democracy, Budapest-New York, Central European University Press, 2015, pp.1-36; B. Madlovics, B. Magyar, Post-communist predation: modeling reiderstvo practices in contemporary predatory states, in Public Choice, vol. 187, 2021, pp. 247-273; S. Bottoni, Orbán. Un despota in Europa, Salerno Editrice, Roma 2019.

[6] S. Bottoni, Un altro Novecento. L’Europa orientale dal 1919 a oggi, Carocci, Roma 2021.

[7] A. Bozóki, VIKTOR ORBÁN AND JÁNOS KÁDÁR. A post-Communist and a Communist autocrat in Hungary: A comparative analysis, in Klaus Larres, Dictators and Autocrats, Routledge, London 2021, pp. 346-366; J.M. Rainer, János Kádár and Kádárism: new perspectives, Paper presented at ASEEES 2013 Convention in Boston.

[8] E. Hankiss, Fears and Symbols: An Introduction to the Study of Western Civilization, Central European University Press, 2001; J. Durst, Lost Mission or Interdisciplinary Realignment? Interview with Zsuzsa Ferge, Miklós Hadas and Iván Szelényi, in Intersections, vol. 1, no 2, 2015.

[9] IMF, Hungary. Request for Stand-By Arrangement-Staff Report; Staff Supplement; and Press Release on the Executive Board Discussion, Staff Country Reports, no. 08/361, nov 2008; S. Das, Effects of the global financial crisis in Hungary: Housing, debt crisis and International support, in National Interest, year 4, no. 18, November- January 2025.

[10] M. Gasparrini, Orban e il paradosso populista, in Zeta Vision, 2026; A. Pecorari, Transizioni politiche e continuità del modello economico ungherese, in Opinio Juris, 30.04.2026; D. Katanich, Ungheria: nuovo governo alle prese con un’economia in crisi, in Euronews Business, 15.04.2026.

[11] L. Cortese, Il tramonto di un’era? L’Ungheria di Orbán e la stanchezza del sovranismo, in Fahrenheit 2022, 8.04.2026.

[12] Freedom House, Nations in Transit – Hungary (2023–2025); International IDEA, The Global State of Democracy – Hungary (2024-2026).

[13] Euronews, Hungary’s youth and urban professionals shift the balance, 2026.

[14] Á. Urbán, Ungheria 2026: il ritorno dei media indipendenti, in Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, 10.04.026; D. Mijatović, Memorandum on the media situation in Hungary, in Council of Europe, 30.03.2021.

[15] Ungheria dopo Orbán, (a cura di) redazione, in otto, 16.04.2026.

[16] Political Capital Institute, Hungary: Society and Politics, 2023-2024 (con contributi di P. Krekó); FRA, Fundamental Rights Report 2024 – Country Chapter: Hungary, 2024.

[17] In realtà anche il governo appartiene pienamente all’élite. Ma la contrapposizione messa in scena dal regime orbániano è performativa e simbolica, non sociologica. Funziona come dispositivo di mobilitazione, legittimazione e coesione del blocco di potere. Consente all’esecutivo di presentarsi come perennemente in lotta, anche quando detiene una posizione di dominio.

[18] A. Campi, Between Democracy and Authoritarianism, a Third Path Exists: The Evolution of Contemporary Political Systems Toward Hybrid Institutional Models, in Rivista di Politica, 04.2024; C. Tornimbeni, P. Soave (a cura di), Democrazia, populismo e autoritarismo, Franco Angeli, Milano 2023; F. Pasquali, Transizioni politiche: democrazie imperfette o nuovi autoritarismi?, Egea, Milano 2015.

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