DE LA ESPRIELLA’S VICTORY AND COLOMBIA’S NEW SHIFT TO THE RIGHT

Di Graziano Palamara[i]
Con uno scarto di circa 250.000 voti, il leader dell’ultradestra Abelardo de la Espriella si è imposto alle elezioni presidenziali colombiane diventando il nuovo presidente con il 49,66% delle preferenze. Il suo sfidante, Iván Cepeda, candidato del campo progressista riunito attorno al Pacto Histórico e figura centrale della continuità del progetto politico inaugurato dal presidente uscente Gustavo Petro, ha ottenuto il 48,70%[1]. La distanza minima tra i due contendenti, inferiore a un punto percentuale, restituisce l’immagine di un Paese profondamente diviso. Di fatto, le urne hanno cristallizzato una frattura che affonda le proprie radici nella storia colombiana, ma che oggi, dopo quattro anni di governo di sinistra, riemerge in forme nuove, segnate da una crescente radicalizzazione del confronto e da una forte personalizzazione della competizione politica.
Avvocato penalista di 47 anni, Abelardo de la Espriella ha costruito la propria vittoria presentandosi come figura esterna agli equilibri della politica colombiana. Il successo del suo movimento, Defensores de la Patria, porta alla guida del Paese una destra radicale, di impronta marcatamente securitaria, che individua nel rafforzamento dell’autorità statale e nel potenziamento degli strumenti coercitivi la priorità dell’azione di governo. Questa impostazione ha permesso a de la Espriella di ricompattare l’elettorato conservatore, rielaborando alcuni elementi già nodali nei due mandati dell’ex presidente Álvaro Uribe tra il 2002 e il 2010: la centralità delle forze armate, il contrasto diretto ai gruppi guerriglieri e una concezione dell’ordine pubblico come asse fondamentale della legittimità statale. Rispetto a quel ciclo, tuttavia, l’azione politica non passa più da un impianto partitico strutturato, ma da forme più fluide di aggregazione del consenso, in cui la coesione è garantita più dalla figura del leader che da organizzazioni tradizionali. Con il nuovo presidente, d’altronde, anche la Colombia si apre alla più ampia trasformazione delle nuove destre globali, caratterizzate da una comunicazione politica diretta, fortemente mediata dai canali personali e da una crescente concentrazione del potere nell’esecutivo. Lo stile di de la Espriella, non a caso, si rifà apertamente alle esperienze di Donald Trump negli Stati Uniti, di Javier Milei in Argentina e di Nayib Bukele in El Salvador, non nascondendo la volontà di ridurre il peso delle mediazioni istituzionali e di costruire il sostengo attorno alla figura presidenziale come centro dell’azione politica. Coerente a questa impostazione si colloca la costruzione pubblica della stessa immagine di de la Espriella, sintetizzata nel soprannome con cui è conosciuto, “el Tigre”. L’espressione richiama l’idea di una leadership fondata sulla capacità di intervento diretto e sull’efficacia esecutiva, presentata come risposta a un contesto percepito come instabile e frammentato, e in cui la riconferma delle sinistre era associata da molti al timore di un indebolimento della tenuta economica, politica e istituzionale dello Stato.
Sul versante opposto, Iván Cepeda, filosofo e senatore di lungo corso, intendeva rappresentare la continuità del progetto progressista colombiano, fondato sulla riduzione delle disuguaglianze, sull’ampliamento delle politiche sociali e sul rilancio della cosiddetta strategia della “pace totale” avviata dal governo Petro. Quest’ultima – a dire il vero con un bilancio fallimentare – si è inserita nel solco dell’Accordo di pace del 2016 con le FARC, che avevano posto fine al conflitto armato interno? più duraturo dell’America Latina e avviato una fase di transizione orientata alla reintegrazione nei circuiti istituzionali dei territori e delle comunità rimaste per decenni sotto il controllo della guerriglia. In questa prospettiva, la proposta progressista di Cepeda puntava all’estensione dei processi di dialogo ad altri gruppi armati ancora attivi, con l’obiettivo di consolidare la riduzione della violenza attraverso una combinazione di interventi sociali e di rafforzamento della presenza statale. L’idea di fondo era che la stabilizzazione del Paese non potesse essere affidata esclusivamente a strumenti coercitivi, ma che dovesse passare anche attraverso politiche di inclusione economica e istituzionale, considerate necessarie per agire sulle cause strutturali del conflitto.
Non sorprende dunque che il confronto tra de la Espriella e Cepeda abbia superato la dimensione della competizione elettorale in senso stretto. Il ballottaggio ha infatti messo di fronte due interpretazioni difficilmente conciliabili della traiettoria recente della Colombia. Da un lato, la lettura secondo cui il processo avviato dopo l’Accordo di pace del 2016 avrebbe aperto una transizione ancora incompleta ma necessaria; dall’altro, la convinzione che quello stesso percorso abbia finito per indebolire la capacità delle istituzioni di esercitare un controllo effettivo sul territorio e di garantire condizioni stabili di sicurezza nelle diverse aree del Paese.
Ad ogni modo, il margine ristretto con cui de la Espriella arriva oggi alla guida dello Stato riflette una polarizzazione che non è episodica, ma profondamente radicata nella storia colombiana. Per decenni, di fatto, tra XIX e XX secolo la contrapposizione fra liberali e conservatori ha costituito la principale linea di frattura del sistema politico nazionale, sovrapponendosi a fasi di violenza diffusa e a differenti configurazioni del conflitto armato: dalla violenza bipartitica del Novecento alla successiva proliferazione delle guerriglie, dall’irrompere delle reti criminali legate al narcotraffico all’emergere dei gruppi paramilitari. Dai primi anni 2000, molte di queste fratture sono progressivamente confluite nella dicotomia tra uribismo e anti-uribismo, fino ad assumere oggi la forma più netta dello scontro tra una destra securitaria e una sinistra radicale.
Già le elezioni legislative dello scorso marzo hanno anticipato questa configurazione. Il campo progressista riunito attorno al Pacto Histórico ha infatti ottenuto il risultato parlamentare più significativo della propria storia recente (un successo che il nuovo presidente non potrà ignorare), consolidando una presenza stabile nelle istituzioni e rafforzando la propria identità politica. Parallelamente, il Centro Democrático — partito legato all’ex presidente Uribe — si è confermato come la seconda forza del panorama parlamentare, pur all’interno di un processo di ridefinizione del proprio ruolo e delle proprie leadership. Il primo turno presidenziale, svoltosi lo scorso 31 maggio, ha poi accelerato questa dinamica. Di fatto, la candidata più vicina all’area uribista – la senatrice Paloma Valencia – ha subito una sconfitta netta, mentre de la Espriella è emerso come la vera sorpresa elettorale, riuscendo a raccogliere e ricomporre un elettorato conservatore apparentemente frammentato. Iván Cepeda, dato inizialmente tra i favoriti, aveva invece chiuso al secondo posto, pur con un consenso solido, ma ben inferiore alle aspettative della vigilia.
Da quel momento, la campagna verso il ballottaggio si era progressivamente spostata sulle capacità dei due contendenti di allargare le rispettive basi di sostegno attraverso nuove alleanze e tentativi di intercettare segmenti di elettorato inizialmente non schierati o contrari. Proprio in questa fase, tuttavia, alcune prese di posizione del presidente uscente Petro — dai dubbi sollevati sull’esito del primo turno fino al rilancio dell’ipotesi di una nuova Assemblea costituente — avevano contribuito ad alimentare, soprattutto tra gli elettori moderati, la percezione di possibili strappi alle regole democratiche. Questa dinamica ha evidentemente avvantaggiato la candidatura di de la Espriella che, pur in presenza di un progressivo recupero di consensi da parte di Cepeda, ha intercettato una quota decisiva di voti provenienti da quei segmenti d’opinione pubblica che negli ultimi anni hanno letto il progetto del petrismo come una possibile fonte di instabilità politica, istituzionale ed economica.
La lettura del risultato del ballottaggio, d’altronde, non può prescindere dal quadro strutturale del Paese. A dieci anni dalla firma dell’Accordo di pace con le FARC, di fatto, la Colombia continua a vivere una transizione incompiuta. La fine della principale guerriglia ha effettivamente segnato la chiusura della fase di conflitto armato su scala nazionale che aveva caratterizzato decenni di storia colombiana, ma non ha portato alla pacificazione di un paese in cui la violenza rimane un tratto dominante della vita pubblica. Il vuoto lasciato dalla smobilitazione delle FARC, semmai, è stato in larga parte colmato da una molteplicità di vecchi e nuovi attori armati più frammentati e meno centralizzati, legati a reti del narcotraffico o all’estrazione illegale di risorse naturali. A differenza del passato, queste strutture non perseguono oggi obiettivi politici organici come la conquista armata dello Stato, ma operano secondo logiche di dominio economico e gestione della violenza, adattandosi ai contesti locali e modificando continuamente sia alleanze che forme di presenza. Ne è derivata una configurazione territoriale disomogenea, in cui la capacità dello Stato di esercitare controllo varia sensibilmente da regione a regione. In molte zone periferiche, le istituzioni pubbliche restano formalmente presenti, ma risultano spesso affiancate, condizionate o parzialmente sostituite da poteri di fatto che regolano accesso alle risorse, sicurezza quotidiana e relazioni sociali. È in questa condizione che, dopo il 2016, si è consolidata l’idea di una pace incumplida, intesa sì come riduzione del conflitto armato tradizionale, ma senza alcuna ricomposizione dell’ordine statale.
Il programma di de la Espriella sembra oggi proporsi come una risposta diretta a questo scenario. La sua presidenza, che si insedierà ufficialmente il prossimo 7 agosto, punta non a caso al rafforzamento della presenza dello Stato nelle regioni periferiche, a un maggiore impiego delle forze di sicurezza nelle aree più instabili e all’adozione di strumenti più ampi di contenimento e detenzione, inclusa la costruzione di mega strutture carcerarie. In base agli impegni annunciati in campagna elettorale, il conseguimento di questi obiettivi si intreccerà anche con una ridefinizione della postura internazionale del Paese rispetto alla stagione di Gustavo Petro. A differenza di quest’ultimo, che ha cercato di accreditare la Colombia come attore regionale più autonomo e con una proiezione diplomatica ampia, meno vincolata alle tradizionali relazioni privilegiate con Washington, de la Espriella mirerà invece ad impostare l’orientamento esterno del proprio governo su una convergenza più stretta con gli Stati Uniti, soprattutto nei campi del contrasto al narcotraffico e alle reti criminali transnazionali, riportando al centro la dimensione securitaria della politica estera di Bogotá. Su questa direttrice dovrebbe dunque svilupparsi un riallineamento strategico della Colombia alla Casa Bianca e, più in generale, un avvicinamento politico ai governi latinoamericani di orientamento conservatore. I messaggi di congratulazioni inviati subito dopo la conferma del risultato elettorale da parte di Donald Trump e del Segretario di Stato Marco Rubio, così come quelli di Javier Milei, José Antonio Kast e Daniel Noboa, hanno d’altronde già sottolineato la sintonia tra la nuova leadership colombiana e un approccio della destra statunitense e latinoamericana più orientato a politiche di sicurezza rigorose e a una visione assertiva del ruolo degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale.
Il programma che de la Espriella intende realizzare dovrà comunque misurarsi con le ambivalenze che caratterizzano la sua stessa figura politica. Come detto, l’immagine del nuovo presidente si è consolidata attorno a un discorso imperniato sul ripristino dell’autorità dello Stato, sul rafforzamento delle istituzioni e sulla riaffermazione della presenza pubblica nelle aree storicamente segnate dall’influenza di attori armati e reti criminali. Il suo percorso professionale però è strettamente legato all’attività forense svolta in difesa di figure collocate nelle zone grigie del conflitto colombiano, dove criminalità organizzata, gruppi paramilitari e segmenti dell’apparato istituzionale si sono spesso intrecciati in forme difficili da distinguere. Questa combinazione contribuisce a rendere de la Espriella una figura emblematica di alcune delle contraddizioni che attraversano la Colombia contemporanea. Nel Paese, infatti, il rapporto tra Stato, conflitto e rappresentanza politica non si è sviluppato attraverso una netta contrapposizione tra ordine e violenza, ma attraverso la loro persistente coesistenza. Le istituzioni hanno mantenuto una significativa continuità e capacità di adattamento anche nei momenti più critici, senza però riuscire a eliminare del tutto le dinamiche conflittuali che hanno attraversato ampie porzioni del territorio e della società. Ne è derivato un equilibrio complesso, capace di preservare la stabilità dell’ordine costituzionale ma segnato da tensioni strutturali mai completamente risolte. Oggi, tuttavia, questo equilibrio appare sottoposto a pressioni crescenti. La polarizzazione politica tende ad accentuarsi, mentre le preoccupazioni legate alla sicurezza, al controllo del territorio e alla protezione dei cittadini occupano una posizione sempre più centrale nel dibattito pubblico. In questo quadro, le leadership che fanno dell’ordine e dell’autorità il fulcro della propria proposta politica vengono interpretate attraverso chiavi di lettura profondamente divergenti. Per la Colombia che oggi si riconosce nel programma di de la Espriella esse rappresentano una risposta alla percezione di indebolimento dello Stato e all’espansione dell’insicurezza; per l’altra metà del Paese, invece, evocano il rischio di interpretare prevalentemente attraverso una lente securitaria fenomeni che affondano le proprie radici in questioni storiche, economiche, sociali e territoriali irrisolte. La questione decisiva dei prossimi anni, pertanto, non riguarderà esclusivamente la capacità del nuovo governo di trasformare le proprie priorità programmatiche in risultati concreti. Più in profondità, sarà in gioco la capacità del sistema politico colombiano di assorbire una competizione sempre più intensa senza compromettere le basi della convivenza democratica e senza trasformare le divisioni politiche in fratture irreversibili.
FONTI
- N. Bocanegra, L. J. Acosta, A. Villegas, Colombian right-wing candidate De La Espriella wins tight presidential race, 21 giugno 2026 https://www.reuters.com/authors/nelson-bocanegra/
- D. Di Santo, L’internazionale reazionaria. Dall’America Latina all’Europa le reti della nuova destra, Castelvecchi, Roma, 2026.
- G. La Bella, Colombia. Biografia di una Nazione dall’indipendenza ad oggi, Bologna, Il Mulino, 2024.
- C. Osorio, M. Martín, Abelardo De La Espriella, el abogado del diablo que quiere ser presidente de Colombia, 1 giugno 2026 https://elpais.com/america-colombia/elecciones-presidenciales/2026-05-31/abelardo-de-la-espriella-abogado-del-diablo-que-quiere-ser-presidente-de-colombia.html
- D. Pécaut, Orden y Violencia: Colombia 1930-1953, Editorial Norma, Bogotá, 2001 [1987].
- E. Pizarro, El fracaso de la Paz Total, Debate, Bogotá, 2026
- T. Rogero, Far-right millionaire wins Colombia’s razor-tight presidential election, 22 giugno 2026, https://www.theguardian.com/world/2026/jun/21/far-right-millionaire-abelardo-de-la-espriella-wins-colombia-presidential-runoff
[1] Dati disponibili sul portale ufficiale della Registraduría Nacional della Repubblica di Colombia. https://resultados.registraduria.gov.co/v2/resultados/0/00
[i] Professore associato di Storia delle relazioni Internazionali presso l’Università degli Studi di Salerno.
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