MALI: THE DESPERATE SEARCH FOR A SOLUTION TO THE CURRENT POLITICAL CRISIS

MALI: LA DISPERATA RICERCA DI UNA SOLUZIONE PER L’ATTUALE CRISI POLITICA

di Sara Zanotta[1]

Il Mali, da ormai qualche settimana, sembra essere entrato in una nuova crisi. Dopo anni di instabilità, tensioni e povertà, problematiche alle quali il Presidente Ibrahim Boubacar Keïta, in carica dal 2013, non sembra essere stato in grado di dare delle risposte, il 5 giugno 2020 una grossa manifestazione nella capitale, Bamako, ha dato vita ad un movimento di opposizione, il Mouvement du 5 Juin – Rassemblement des forces patriotiques du Mali (M5-RFP), che chiede le dimissioni del Presidente, rappresentante di un sistema corrotto e nepotista. Questo nuovo movimento riunisce tre anime differenti della politica del paese: il gruppo di partiti di opposizione Front de la Sauvegarde de la Démocratie, il movimento della società civile Espoire Mali Koura e la Coordination des mouvements, associations et sympathisants (CMAS), il cui leader è l’imam Mahmoud Dicko. Dicko è una figura religiosa di particolare rilievo nella vita politica del paese, colui che, al momento, sembra presentarsi come il principale catalizzatore della protesta contro Keïta, facendo temere al tempo stesso per il secolarismo che caratterizza la repubblica (in merito alla figura dell’imam Dicko e alla nascita del M5-RFP si rimanda a S. Zanotta, Malian politics in the time of COVID-19: from the parliamentary election to the islamisation of the contestation).

Il movimento, pur senza rinunciare all’obiettivo ultimo delle dimissioni del Presidente, si è detto aperto al dialogo, chiedendo la dissoluzione dell’Assemblea Nazionale, le cui elezioni si sono tenute di recente (il primo turno il 29 marzo 2020, il secondo turno il 19 aprile) e i cui risultati sono particolarmente contestati. Propone quindi la creazione di un organo legislativo di transizione. Inoltre, richiede il rinnovo dei membri della Corte costituzionale e la formazione di un nuovo governo, guidato da un esponente del M5-RFP.

Dopo le due manifestazioni del 5 e del 19 giugno e con un’altra prevista per il giorno successivo, il 9 luglio Keïta aveva tentato di calmare la situazione con un discorso alla nazione nel quale annunciava il rinnovo dei membri della Corte costituzionale, un tentativo che secondo lui avrebbe potuto risolvere le divergenze sulle questioni relative alla contestata legittimità dell’Assemblea Nazionale eletta di recente. Tuttavia, questo tentativo non ha portato ai risultati sperati e il movimento, dichiarandosi «deluso» dalla proposta di Keïta ha confermato la manifestazione del giorno successivo. Il 10 luglio quindi, ancora una volta, il M5-RFP è sceso in piazza, ma le proteste del secondo fine settimana di luglio sono state ben diverse dalle precedenti.

Questa ulteriore manifestazione ha indubbiamente segnato una svolta nella politica maliana degli ultimi mesi. Ancora una volta migliaia di manifestanti si sono riversati nelle strade, ma con una novità: il M5-RFP ha fatto appello alla disobbedienza civile e alla continuazione delle proteste fino alle dimissioni del Presidente. Se le manifestazioni precedenti erano state pacifiche, il 10 luglio una parte dei manifestanti ha preso d’assalto alcuni edifici: l’Assemblea Nazionale, la sede del Governo, l’Ufficio della Radiodiffusione e Televisione e tre ponti di Bamako. Sono state paralizzate alcune strade e bruciati pneumatici. Le proteste sono continuate anche il giorno successivo, su richiesta del movimento.

Le autorità hanno quindi reagito duramente per cercare di fermarle. Non solo sono stati perpetrati una serie di arresti anche nei confronti di figure rilevanti del movimento, tra cui il coordinatore del CMAS, Issa Kaou Djim, ma è stata anche utilizzata contro i civili la Force spéciale anti-terroriste (FORSAT): una forza nata per lottare contro il terrorismo che imperversa nel paese. Il bilancio delle manifestazioni è stato tragico: secondo i dati ufficiali, hanno perso la vita almeno 11 persone e vi sono stati più di un centinaio di feriti; secondo i manifestanti, invece, il numero delle vittime salirebbe a 23. I rappresentanti della Communauté Économique des États de l’Afrique de l’Ouest (CEDEAO), dell’Unione Africana, delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea hanno condannato il ricorso alla forza da parte delle autorità governative e invitato le parti a privilegiare un dialogo. Il Primo Ministro Boubou Cissé ha quindi ordinato al Ministro della Sicurezza e della Protezione Civile di condurre delle indagini sull’utilizzo della FORSAT.

A seguito delle manifestazioni, ha avuto inizio un nuovo braccio di ferro tra le diverse forze politiche nel quale la delegazione della CEDEAO, guidata dall’ex Presidente della Nigeria Goodluck Jonathan, ha cercato di fare da mediatore, senza per ora aver ottenuto grandi risultati. Dopo gli eventi del secondo fine settimana di luglio, Keïta ha annunciato la dissoluzione della Corte costituzionale. Ha promesso per il futuro la creazione di un nuovo governo, caratterizzato dal dialogo con le altre forze politiche ma non con i «distruttori del paese», un chiaro riferimento a quanto avvenuto nei giorni prima, e l’applicazione di raccomandazioni della CEDEAO, che includevano l’organizzazione di nuove elezioni legislative nelle circoscrizioni in cui i risultati erano stati contestati. Inoltre, suo figlio, Karim Keïta ha annunciato le dimissioni dal ruolo di presidente della Commissione parlamentare di Difesa per non essere «un ostacolo al dialogo tra i maliani». Questi era stato uno degli obiettivi delle proteste del fine settimana precedente, vista la diffusione di alcuni video che rappresentavano alcuni suoi comportamenti ben lontani dal buon costume di un paese islamico. Il 13 luglio è stato anche aperto un confronto tra le parti, che ha portato alla liberazione di una ventina di responsabili del CMAS. Al tempo stesso, alcune figure religiose rilevanti hanno chiamato alla calma. Si tratta del Presidente dell’Alto Consiglio Islamico Ousmane Madani Haidara, il Cardinale Jean Zerbo e il Patriarca di Niaré che chiedono «dialogo per un’uscita definitiva dalla crisi».

Intanto, la delegazione della CEDEAO ha incontrato tutti i protagonisti della crisi politica, dal Primo Ministro all’imam Dicko. Dopo alcuni giorni di mediazione ha raccomandato di mantenere al potere il Presidente e di rivedere la configurazione della Corte costituzionale. Propone la creazione di un governo di unità nazionale composto per il 50% da rappresentanti della coalizione attualmente al potere, 30% da membri dell’opposizione e 20% da esponenti della società civile. Queste proposte hanno visto la ferma opposizione del M5-RFP, poiché la mediazione non rispondeva alla sua richiesta principale: le dimissioni di Keïta. Hanno anche accusato la CEDEAO di essere «uno strumento di protezione dei capi di Stato», mentre il Consiglio Superiore della Magistratura ha ritenuto le raccomandazioni in contrasto con la Costituzione.

Con il fallimento della mediazione della CEDEAO, il 20 luglio si sono tenuti altri episodi di – come vengono chiamati dai M5-RFP – «disobbedienza civile», una disobbedienza che ha visto ancora la creazione di barricate sulle strade, pneumatici bruciati e forze dell’ordine all’inseguimento dei manifestanti. Dopo quest’ultima giornata, tuttavia, il M5-RFP ha rilasciato un comunicato nel quale annunciava l’inizio di una tregua di dieci giorni a partire da martedì 21 luglio a mezzanotte in vista della Tabaski, il nome usato in Africa occidentale e centrale per la festa dell’Aid el Kebir, una delle più importanti dell’islam. Quarantotto ore dopo la festività potranno riprendere le azioni di disobbedienza.

Di fronte all’incapacità del Presidente prima e della CEDEAO poi, un ennesimo tentativo di risoluzione della crisi è stato fatto il 23 luglio da quattro capi di Stato, provenienti da Costa d’Avorio, Senegal, Niger e Ghana. Fallito anche questo tentativo (i capi di Stato hanno mantenuto la posizione già adottata dalla CEDEAO in precedenza), il 27 luglio si è tenuto un summit straordinario della CEDEAO. L’organizzazione regionale ha chiesto «la formazione di un governo di unità nazionale, la ricomposizione della Corte costituzionale e le dimissioni di 31 deputati, compreso il presidente del Parlamento». Questa volta, la risoluzione è stata valutata positivamente dal CMAS di Dicko, ritenendola una misura favorevole all’uscita dalla crisi, mentre alcuni parlamentari hanno già annunciato che non si dimetteranno. Tuttavia, è fondamentale sottolineare che la CEDEAO ha avvertito che, se le misure previste non saranno messe in pratica entro il 31 luglio 2020, verrà istituito un regime sanzionatorio contro gli attori che non hanno favorito il processo di normalizzazione.

Alla fine, però, a seguito della riunione del comitato strategico, il M5-RFP ha rifiutato la proposta, non giudicandola conforme né alle attese del popolo maliano, né alla Costituzione. Nel mentre, il Presidente ha avviato la formazione di un nuovo governo, sempre guidato da Boubou Cissé, nominando sei ministri, nessuno dei quali proviene dal movimento di opposizione. Questo esecutivo ristretto, secondo Cissé, avrebbe il valore aggiunto di poter meglio negoziare l’uscita dalla crisi per la realizzazione di un governo di unità nazionale e il ritorno alla normalità. Ma la domanda per il futuro potrebbe essere: cosa si intende per “normalità”? Una “normalità” di uno Stato poco presente nel risolvere i problemi dei cittadini, il cui vuoto è riempito da gruppi jihadisti nelle aree dimenticate nel paese? Viene da chiedersi questo in un periodo in cui circola un video che mostra militanti dell’organizzazione jihadista, Jama’a Nusrat ul-Islam wa al-Muslimin’ (JNIM), in inglese Group to Support Islam and Muslims, che facilitano una riconciliazione tra Fulani e Dogon, due etnie – la prima pastorale, la seconda dedita ad agricoltura e caccia – in lotta tra loro nella regione del Mopti. Secondo quanto riportato da Rida Lyammouri, fondatore di Sahel MeMo, gli esponenti del JNIM avvertivano le due popolazioni di non attaccarsi a vicenda, un compito che spetterebbe alle autorità statali, che non occupandosene hanno lasciato un vuoto istituzionale di cui ha saputo approfittare il gruppo jihadista. Insomma, una “normalità” rischiosa che ci si chiede se sia poi auspicabile e quanto, attraverso ricette così moderate, se non temporeggiatrici, possa risolvere i problemi del paese.

FONTI

[1] Studentessa di Relazioni Internazionali e assistente del corso di Storia e Istituzioni dei Paesi Islamici all’Università degli Studi di Milano.

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